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Aprile 2024

Interview with Pierre Lindh, Co-founder & Managing Director at NEXT.io

By News

The iGaming market is experiencing a phase of great development and, by its very nature, reflects a sector in perpetual evolution and change due to its receptiveness to technological innovation. Right now, the main obstacle to the further development of the sector, in Italy as in Europe, is excessive regulations that are not aimed at increasing the safety of operators and players. We delved into these issues with Pierre Lindh, co-founder and managing director of NEXT.io, a content-driven events, media and publishing company that delivers news and insight to investors and iGaming professionals.

Mr. Lindh, what do you think are the main trends in online gaming at a European level?

The main trend which is shaping the industry at the moment is the division between operators either choosing to become highly regulated or move towards the grey. This is the result of over regulation in recent years, which is dividing the industry. It puts the industry in a difficult spot, where instead of uniting and fighting for common goals, the industry is becoming more divided.

As you know, Cuiprodest is leading a major campaign to enable shared liquidity in online poker in Italy. As an outside observer, what do you see as the risks and benefits for any country in allowing shared liquidity?

As an old online poker player from the 00’s, shared liquidity was standard across the board. For online poker to thrive, good liquidity is essential. This becomes very difficult to achieve, especially for smaller operators when various geo’s gets ringfenced. I don’t see any reason to ringfence online poker. It’s not good for the players, it’s not good for the operators.

The upcoming Next event in Malta will be held in May. What are your expectations and what will be the main topics covered during the event?

We’ve been blown away from the interest in NEXT: Valletta this year, which is taking place 15-16th May, but really and truly it is a festival week with many events taking place Monday-Friday. We are expanding this year and are expecting a sold out crowd of 5000 delegates, using the entire Mediterranean Center including the rooftop terrace for a chill spring vibe, the La Vallette hall for a cool and futuristic UNconference space including entertainment areas, a new personal development stage because iGaming professionals don’t just only want to hear talks about iGaming, and many more news. It will be the most enjoyable and valuable summit of the industry!

Cuiprodest has launched IGiPA, an initiative that several large gaming operators have already joined, aimed at representing the interests of B2B operators. In your opinion, what is the contribution that B2B operators make to the market in terms of innovation, new games creation and business volume?

When I joined Betsson back in 2011, most things were done in-house. This was before there was an expansive supplier network. Tech was slow and basic, reactivation was suboptimal, the availability of games was limited (we only worked with two suppliers, Microgaming & NetEnt. That was it). Today, there are thousands of suppliers all making the industry better in their own way. They are the backbone of the industry and without them, the industry would not be able to exist, especially in the day and age of more strict compliance and in a time where consumers are demanding less friction and more creative ways to engage with the products.

In your opinion, do new technologies, such as AI and cryptocurrencies, predominantly represent a risk factor or an opportunity for the industry to seize?

Clearly emerging tech like AI & crypto represents a huge opportunity for the industry. Often stigmatised industries by nature are most open to experimentation and innovation and that is certainly true for iGaming. We are never shy to experiment with emerging technologies to find better ways to offer our products to customers. Through experimentation you get an important trial and error process, which eventually lead to break throughs. It is not a surprise to me that the gambling industry is at the forefront of crypto currency innovation and serves as one of the most prominent use cases today. This is one of the reasons why I love the industry, we are never scared of trying new things.

Intervista a Gianluca Ansalone di Novartis per Status_Quo

By News

Il numero di marzo 2024 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Gianluca Ansalone, Head of Public Affairs & Sustainability di Novartis.

Con il Dott. Ansalone, partendo da una panoramica degli investimenti di Novartis in Italia, ci siamo confrontati su temi quali la “geopolitica del farmaco” e il ruolo di PNRR e Piano Oncologico Nazionale per il diritto alla salute e alla prevenzione dei cittadini. 

Il settore farmaceutico rappresenta, storicamente, il comparto più attivo nell’implementazione di ingenti programmi di ricerca e sviluppo e, per sua natura, necessita di siti produttivi all’avanguardia e in grado di ingenerare un indotto di assoluto rilievo per l’economia e l’occupazione. In occasione dell’ampliamento produttivo dell’ambizioso stabilimento di Torre Annunziata, abbiamo raccolto l’opinione di Gianluca Ansalone, Head of Public Affairs & Sustainability di Novartis, leader mondiale del settore farmaceutico – occasione per un confronto anche sulla “geopolitica del farmaco” e sull’implementazione del Piano Oncologico Nazionale.

Dott. Ansalone, il 2024 si è aperto con la notizia di un ulteriore investimento di Novartis in Campania, con l’ampliamento dello stabilimento di Torre Annunziata. Cosa rappresenta l’Italia per la sua azienda?

Torre Annunziata non è solo uno stabilimento produttivo per Novartis. È la dimostrazione di come, a certe condizioni, si possa fare buona impresa in Italia, creare buona occupazione, essere sulla frontiera degli investimenti. Da quel polo produttivo si esportano farmaci in tutto il mondo, per un controvalore complessivo che sfiora i 100 milioni di euro. Con l’inaugurazione recente di una nuova linea, con un investimento di 70 milioni di euro, abbiamo previsioni di crescita ulteriore e soprattutto la prospettiva immediata di nuove assunzioni. Torre Annunziata è ormai il principale sito di produzione farmaceutica del Mezzogiorno e tra i più importanti nella galassia globale di Novartis. Questo ci dà però un’ulteriore responsabilità: guidare il cambiamento. In prospettiva, intendiamo essere capofila della più grande iniziativa di creazione di un ecosistema delle scienze della vita nel Sud Italia e nel Mediterraneo. Vogliamo trasformare l’intera area dello stabilimento in un campus per l’innovazione, aperto alle realtà della ricerca, dell’innovazione e della formazione in grado di generare valore per il territorio e per il Paese. Nelle prossime settimane parleremo con il Governo, oltre che con la Regione Campania, per esaminare tutti gli strumenti utili a rendere veloce, funzionale e sostenibile questo nostro progetto.

Qualche anno fa uno studio di Cuiprodest sulla “Geopolitica del farmaco” ebbe il merito di evidenziare alle Istituzioni quanto il primato produttivo italiano ed europeo dipendessero in larga parte da principi attivi di origine asiatica, col conseguente rischio, poi concretizzatosi, di carenza di farmaci in caso di problemi, logistici o politici, lungo la catena di approvvigionamento. All’epoca lo studio ci valse una convocazione a Palazzo Chigi e un confronto con le preposte istituzioni europee. Qual è la sua personale opinione rispetto al tema e quali sono, nel caso, rischi e opportunità ancora attuali e quelli futuri?

Siamo in un momento di forte cambiamento, in cui è necessaria una riflessione seria e approfondita sul valore strategico delle catene di produzione, soprattutto quando si parla di tecnologie abilitanti e di innovazione. Attenzione però a non gettare via il bambino con l’acqua sporca. Che la globalizzazione non viva il suo momento migliore è un dato di fatto. Che essa vada ripensata, altrettanto. Ma, per l’appunto, ripensata e non demolita. E’ vero che catene troppo lunghe hanno ridotto la capacità di controllo e gestione e, dunque, messo a rischio l’approvvigionamento in caso di crisi o necessità. È vero anche, però, che la capacità produttiva su larga scala e la rapidità nella gestione sono il frutto, sempre più sofisticato, di catene globali integrate. Per l’Europa e per l’Italia questo è un tema sensibile, sul quale occorre agire con equilibrio e buon senso. Noi abbiamo la necessità di rendere sicura ed efficace la catena di produzione e distribuzione di molecole e farmaci essenziali, non solo per i pazienti ma anche per la resilienza del sistema industriale italiano. Dopo la pandemia la Salute è diventata questione di sicurezza nazionale e come tale andrebbe trattata, cominciando a mettere in sicurezza i nodi strategici in grado di garantirci, anche a livello europeo, un buon grado di autonomia. Non basta, però. E’ arrivato il momento di elevare la politica farmaceutica a vera e propria politica industriale, sviluppando una migliore capacità di attrarre capitali, ricerca, talenti, investimenti. Più che ricomporre le catene del valore quindi sono interessato a come svilupparne di nuove, magari complementari a quelle esistenti ed almeno europee in termini di scala, visti i pesi geoeconomici e le dimensioni geopolitiche con cui oggi dobbiamo confrontarci.

L’industria farmaceutica è probabilmente, tra tutte, quella coi maggiori investimenti in R&D. Quali sono le sfide più complesse che sta affrontando Novartis e che livello e forme di sostegno pubblico incontrate nei diversi Paesi in cui operate?

La qualità di un sistema economico si misura dalla capacità di generare valore attraverso gli investimenti in ricerca. Su questo piano la competizione internazionale si è fatta molto più accesa. I Paesi e i sistemi competono per attrarre risorse. Soltanto nel settore delle scienze della vita a livello mondiale si preannunciano 10 trilioni di dollari di nuovi investimenti nel prossimo decennio, escludendo i nuovi capitoli dell’innovazione legati ad esempio all’intelligenza artificiale generativa e alle sue applicazioni in medicina. Novartis continua ad essere un modello di nuovi investimenti in ricerca, anche in Italia. Il nostro impegno continua ad essere elevato, con 280 milioni di euro di nuovi investimenti entro il 2025. In Italia continuiamo a trovare eccellenze, in campo clinico, medico, universitario. C’è sicuramente spazio per fare di più. Ma torniamo al punto della attrattività generale dei sistemi. La ricetta è ben nota: sburocratizzare, rendere più semplici gli studi clinici, applicare i nuovi decreti che discendono dalla regolamentazione europea, diffondere cultura e capacità di fare ricerca nel dialogo tra pubblico e privato. Senza dimenticare che gli studi clinici sono spesso una speranza di accesso precoce alle terapie per molti pazienti che non dispongono oggi di un’opzione terapeutica. Ma le riforme di sistema non sono un fine di per sé ma un mezzo utile per rendere la ricerca una componente essenziale della nostra crescita e della nostra competitività. Ed è per questo che la regia politica resta essenziale. Non si tratta solo di rendere più numerosi ed efficaci gli studi clinici ma di accorciare i tempi tra questi e l’effettivo beneficio per tutti i pazienti. La strada di una molecola tra gli studi su pazienti e l’effettiva disponibilità per tutti coloro che ne hanno bisogno in tutto il territorio nazionale rimane lunga e tortuosa. La Spagna di recente ha abbattuto questi tempi ed oggi città come Barcellona sono diventate un hub europeo per la ricerca clinica. Ma posso fare ancora un altro esempio concreto: il legittimo, necessario diritto alla privacy quando ci sono in ballo dati sanitari deve conciliarsi con la necessità di far progredire la ricerca. In Italia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) fissa obiettivi ambiziosi di riorganizzazione delle cure, in termini di prossimità, modelli predittivi di salute, stratificazione del rischio. Mi chiedo come potremo raggiungere obiettivi così sfidanti senza la capacità del sistema salute di lavorare sui dati. Ovviamente sintetici, aggregati ed anonimizzati. Ma se vorremo sapere come gestire la cronicità, per una popolazione che invecchia irreversibilmente, dovremo chiarire i contorni di tutti questi aspetti, a cominciare dal punto di equilibrio tra diritto alla privacy e diritto alla salute.

L’Italia ha adottato un ambizioso Piano Oncologico Nazionale. Dal suo personale punto di osservazione e ad implementazione in corso, quali sono gli elementi di maggior pregio del Piano e a quali possibili criticità bisognerebbe prestare attenzione?

L’adozione del piano è un’ottima notizia perché consente di riportare l’attenzione sul cancro, che rimane una delle sfide principali per chi si occupa di medicina. Direi accanto alla cronicità e in particolare alle malattie cardiovascolari. Assieme, queste due categorie, contano ancora per oltre il 70% delle morti premature in Europa. Il Piano Oncologico Nazionale disegna la traiettoria degli interventi di prevenzione, presa in carico e cura dei pazienti oncologici, dando una chiara indicazione delle priorità di intervento. Sappiamo che in Italia esistono diversi livelli organizzativi ed esecutivi, per cui oggi le Regioni e gli ospedali hanno un ruolo cruciale nella realizzazione di questi obiettivi. Questo in passato ha determinato una disparità in termini di accesso alla diagnosi e alle cure nelle diverse geografie del Paese. Come ha rilevato un recente studio dello Svimez, ancora oggi chi risiede nel Mezzogiorno ha meno chances di essere diagnosticato tempestivamente per un cancro ed ha meno occasione di accedere alle terapie più adatte. Il fenomeno della migrazione sanitaria tra Regioni continua ad essere troppo elevato e, dopo il Covid-19, è aumentata a dismisura l’urgenza di smaltire liste di attesa per pazienti che molto spesso semplicemente non hanno più tempo. Quello della riduzione delle disuguaglianze deve essere un grande obiettivo Politico, comune a tutti gli attori. Ce n’è un secondo che a mio avviso dovrebbe salire nell’agenda delle priorità della Politica, degli operatori sanitari e di tutti gli attori del sistema salute. Si chiama prevenzione, una voce alla quale l’Italia continua a destinare una percentuale minima dei propri investimenti. Siamo un sistema storicamente concentrato sulla cura, di solito all’interno di grandi ospedali. Dobbiamo portare la cura dal paziente (e non viceversa) e dobbiamo investire in maniera enorme sulla prevenzione, primaria e secondaria. Prevenzione significa sì un’attenzione e una consapevolezza ai corretti stili di vita ma significa anche diagnosi tempestiva, cui far seguire un immediato accesso alle cure migliori. Così si salvano molte vite. Il Piano Oncologico Nazionale e le sue declinazioni regionali dovrebbero avere più coraggio nel dire che non basta una campagna informativa sulla corretta alimentazione (pur essenziale) ma che l’intero sistema si dovrà mobilitare per raggiungere quell’obiettivo, sfidante ma non irrealistico, di “cancro zero” in Italia e in Europa di qui a qualche decennio.

Intervista all’AD di Renault Italia Raffaele Fusilli per Status_Quo

By News

Il numero di marzo 2024 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Raffaele Fusilli, amministratore delegato di Renault Italia.

Con il Dott. Fusilli, prendendo spunto dalla “Lettera all’Europa” dell’amministratore delegato di Renault Group Luca de Meo, abbiamo affrontato i temi più caldi del settore automobilistico: le regolamentazioni europee in materia ambientale, la concorrenza dei costruttori cinesi e il complesso scacchiere della geopolitica dell’automotive.

Transizione energetica, concorrenza dei produttori cinesi, regolamentazioni europee, volatilità dei prezzi e materie prime critiche. L’automotive attraversa una fase di grandi mutamenti e innovazioni, in uno scenario più complesso che mai, tanto dal punto di vista economico che geopolitico. A seguito della “Lettera all’Europa” del CEO di Renault Group Luca de Meo, Status_Quo ha raggiunto Raffaele Fusilli, amministratore delegato di Renault Italia, per un approfondimento sui temi più caldi del momento per l’industria automobilistica.

 

Dott. Fusilli, alla vigilia delle elezioni europee, Luca de Meo, CEO di Renault Group, ha inviato qualche giorno fa una lettera ai principali decision maker e stakeholder in Europa, con quale obiettivo?

L’industria automobilistica europea è impegnata a fondo nella transizione energetica. Un impegno considerevole che comporta investimenti per 250 miliardi di euro e che richiede la creazione di un quadro di riferimento chiaro e stabile. In vista dei dibattiti che alimenteranno la campagna elettorale, il nostro CEO ha, dunque, ritenuto opportuno far sentire la propria voce, non con l’obiettivo di far politica ma di contribuire alle scelte sulla politica giusta, cioè quella che consentirà all’industria europea di affrontare tutte le attuali sfide tecnologiche e geopolitiche. Quello di Luca de Meo è un appello a istituzioni, cittadini, protagonisti del settore energetico e del software, affinché collaborino in modo sinergico per creare un nuovo ecosistema di mobilità in Europa e sviluppare un’industria sostenibile e competitiva.

Quali sono le sfide principali con cui si stanno confrontando gli operatori del settore automotive nel nostro continente?

Prima fra tutte la decarbonizzazione: dobbiamo azzerare le emissioni dei veicoli in Europa entro il 2035, un’ambizione di enorme portata che nessun altro settore sta affrontando. Quindi la rivoluzione digitale, perché, benché questa sia un’industria basata sull’hardware, il software assumerà un ruolo sempre crescente. Altra sfida importante è quella derivante dai regolamenti: ogni anno, infatti, vengono introdotti nell’UE da 8 a 10 nuovi regolamenti. Si chiede alle auto di essere più sofisticate ed efficienti in termini di consumi, ma al tempo stesso di diventare meno costose. Per adattarsi a queste esigenze, i costruttori hanno delocalizzato la produzione e hanno anche aumentato i prezzi dei veicoli con un conseguente invecchiamento del parco circolante. Ulteriori challenge sono, infine, la volatilità tecnologica e quella dei prezzi: le nuove tecnologie comportano costi elevati ma possono risultare obsolete pochi anni dopo, mentre il prezzo delle materie prime critiche (CRM) è soggetto a forti oscillazioni.

L’Europa sta affrontando una concorrenza sbilanciata, scrive de Meo: «Gli Stati Uniti incentivano, i cinesi pianificano, gli europei regolamentano»; ed ecco che egli fa appello ad una vera politica industriale europea per realizzare con successo la transizione energetica dell’industria automobilistica. Può illustrarci brevemente questi tre approcci così diversi?

Nella battaglia globale sui veicoli elettrici, oggi si fronteggiano tre strategie radicalmente diverse. La Cina supporta l’industria: già dal 2012 il governo di Pechino ha deciso di concentrarsi sui veicoli elettrici con l’obiettivo che la sua industria automobilistica domini il mercato mondiale. Ha introdotto, quindi, normative per incoraggiare i produttori a migliorare le prestazioni dei loro modelli ed incrementare le vendite ed ha investito fortemente in tutti i settori coinvolti nel ciclo di vita dell’auto elettrica. La Cina gode, quindi, oggi di un grande vantaggio competitivo nell’intera catena del valore dei veicoli elettrici. Controlla il 75% della capacità produttiva mondiale di batterie, l’80-90% della raffinazione delle materie e il 50% delle miniere di metalli rari. Gli Stati Uniti incentivano: lo scopo del programma IRA è di incoraggiare gli investimenti e rafforzare la propria base industriale. Si è concentrato in particolare sui veicoli elettrici: solo i modelli assemblati negli Stati Uniti e con componenti locali possono beneficiare di incentivi all’acquisto, e questo stimola le vendite.

In questo scenario globale, l’Europa regolamenta: in media, da qui al 2030 le varie direzioni della Commissione europea introdurranno da otto a dieci nuovi regolamenti l’anno, una situazione estremamente svantaggiosa per le imprese che spesso sono costrette ad adattarsi al ritmo serrato di applicazione di queste nuove normative, mobilitando ingenti risorse ingegneristiche per studiarne l’applicazione. L’obiettivo di questo onere normativo è di fare dell’Europa un campione di tutela dell’ambiente, ma gli altri blocchi commerciali tardano a seguire l’esempio, e ciò sta penalizzando la competitività delle imprese europee. L’Europa dovrebbe proteggere il proprio mercato ma dipende dalla Cina per le forniture di litio, nichel e cobalto e da Taiwan per i semiconduttori. Ha anche interesse ad imparare dai costruttori cinesi che hanno una generazione di vantaggio in tema di prestazioni e costi dei veicoli elettrici (autonomia, tempi di ricarica, rete di ricarica, ecc.), software e velocità di sviluppo di nuovi modelli (1,5-2 anni contro 3-5 anni). Le relazioni con la Cina dovranno essere gestite al meglio, chiudere completamente la porta sarebbe la peggiore risposta possibile.

Per consentire all’Europa di recuperare il ritardo, Luca de Meo propone anche il lancio di 10 grandi progetti europei in ambiti strategici, tra settori pubblici e privati, quali sono i principali?

Innanzitutto, promuovere per l’utilizzo urbano auto di piccole dimensioni a prezzi accessibili sviluppate in Europa e accelerare il rinnovo del parco circolante creando un fondo europeo che distribuirebbe le risorse ai Paesi come per il piano di ripresa post-COVID. Una sorta di Piano Marshall europeo per ridurre drasticamente le emissioni di CO2. A livello nazionale, si potrebbero così introdurre incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici, nuovi o usati, in modo strutturale su un orizzonte temporale di dieci anni. Un altro importante progetto proposto concerne lo sviluppo dell’infrastruttura di ricarica per veicoli elettrici e della tecnologia vehicle-to-grid: si auspica che la Commissione europea metta in piedi un piano generale per facilitare una creazione più rapida di punti di ricarica, implementi un quadro che assegni energia verde e a basso costo alla rete di ricarica, estenda la durata delle concessioni delle infrastrutture di ricarica per attrarre più operatori ed incoraggi lo sviluppo della tecnologia Vehicle-to-Grid definendo standard comuni per i progetti futuri. Un’altra idea è raggiungere la sovranità di approvvigionamento per le materie prime critiche creando un’organizzazione a livello europeo preposta a garantire il fabbisogno di materie prime sensibili, negoziando direttamente con i Paesi produttori. Luca de Meo auspica anche una standardizzazione del “softwaredefined vehicle” affinché le case automobilistiche possano progettare dei software-defined vehicle a prezzi ragionevoli, mettendo in comune alcuni sviluppi e definendo degli standard. Un altro progetto proposto riguarda il riciclo delle batterie, per mettere in comune la gestione dei rifiuti delle batterie. Questo obiettivo potrà essere raggiunto sviluppando la cooperazione tra partner industriali per creare esperti di riciclo per ogni tecnologia di batteria, facilitando lo sviluppo di progetti di riciclo attraverso partnership in Europa con chi possiede queste tecnologie, inclusi i cinesi. Luca de Meo propone, infine, di aumentare la competitività dell’Europa nei semiconduttori, attraverso un investimento strategico in R&S e di rivoluzionare le consegne dell’ultimo miglio, definendo un quadro di riferimento per la creazione di nuove aziende europee specializzate in soluzioni elettrificate per le consegne urbane.