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Intervista a Paolo Pinzoni per Status_Quo

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Il numero di gennaio 2024 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Paolo Pinzoni, Head of Public Affairs & External Affairs Strategies di Vodafone Italia.

Dall’intervista al Dott. Pinzoni è emerso un confronto stimolante sul futuro delle telecomunicazioni in Italia e sul ruolo cruciale svolto dai provider.

Digital divide, 5G, PNRR, sicurezza delle reti, Internet of Things e infrastrutture. Sono molti i temi cardine che riguardano lo sviluppo delle reti di telecomunicazioni nel nostro Paese, in una fase campale per il futuro dei grandi player del settore, che fanno i conti con la necessità costante di investire cifre consistenti nell’ampliamento e potenziamento delle reti, a fronte tuttavia di un ritorno non adeguato. A tal proposito, Status_Quo ha posto alcune domande a Paolo Pinzoni, Head of Public Affairs & External Affairs Strategies di Vodafone Italia.

Dott. Pinzoni, il recente Rapporto sulla Decennio Digitale 2023 dell’Unione Europea evidenzia come il roll-out delle reti 5G sia in ritardo e la qualità del 5G non soddisfi le aspettative degli utenti finali e le esigenze dell’industria. Inoltre, il 55% delle famiglie rurali non è ancora servito da alcuna rete avanzata e il 9% non è ancora coperto da alcuna rete fissa. Quale pensa possa essere il contributo degli operatori Telco?

Grazie ai progetti Reti Ultraveloci contenuti nel PNRR l’Italia può colmare il divario digitale rispetto al resto d’Europa e Vodafone sta dando un grande contributo, sia come soggetto attivo che costruisce reti e connette il Paese, sia come attore abilitante per altri progetti inclusi nel Piano. La capillarità richiesta dalle reti cablate in fibra ha rappresentato certamente un grande ostacolo alla loro diffusione in ambiti extraurbani, soprattutto per la complessità dei lavori necessari alla realizzazione delle infrastrutture in quelle aree. In questo senso la soluzione FWA (Fixed Wireless Access) può rappresentare un’opportunità per la transizione digitale del Paese, poiché è molto adatta a fornire alle aree rurali e meno densamente abitate una connessione stabile e veloce e con le stesse qualità delle grandi città. Inoltre, grazie alle le caratteristiche di flessibilità e scalabilità, la tecnologia FWA rappresenta la modalità operativa di gran lunga più efficiente, sia perché disponibile nell’intero raggio di copertura di una singola stazione radiobase, sia per la semplicità di attivazione, per cui è sufficiente una SIM card e un terminale forniti dall’operatore telefonico. Puntare su questa tecnologia porterebbe a una significativa accelerazione nella digitalizzazione del Paese, attraverso la valorizzazione di quelle aree che, a causa della bassa densità abitativa, richiedono investimenti importanti a causa dei complessi interventi infrastrutturali.

Per questi motivi Vodafone crede e investe in questa tecnologia, con l’obiettivo di colmare il digital divide del Paese, connettendo anche le aree più remoti. Ad oggi, i nostri servizi di FWA 5G raggiungono 3,9 milioni di famiglie e imprese, a cui se ne aggiungono ulteriori 1,5 milioni tramite FWA 4G.

Quale pensa possa essere il “volano” per una vera transizione digitale di PMI e PA?

La “base” per consentire alla Pubblica Amministrazione e alle PMI di operare una vera “transizione” digitale è la “connettività”, in grado di abilitare l’adozione di strumenti innovativi e tecnologicamente avanzati. Per poter competere a livello globale, essere economicamente resiliente, migliorare l’accessibilità e colmare il divario tra zone urbane e rurali, l’Italia ha bisogno di un “Piano nazionale per la transizione al digitale delle PMI” che crei un contesto favorevole allo sviluppo e alla diffusione di servizi digitali evoluti di cui necessitano le PMI per supportare il loro percorso verso la transizione al digitale. Tra questi strumenti sarebbe opportuno prevedere la costruzione di un vero e proprio “Portafoglio di servizi digitali” (es. cassetta degli attrezzi), con l’obiettivo di rispondere ai bisogni diversi, con un’ampia gamma di soluzioni, in ambiti quali digital marketing, cybersecurity, digital business e smart-working. Si potrebbero così soddisfare le necessità durante tutte le fasi del percorso di digitalizzazione.

Per quanto riguarda la PA, sarebbe prezioso stimolare la domanda di servizi digitali evoluti, come le tecnologie IOT per il monitoraggio dei consumi elettrici, i servizi di sicurezza perimetrale e della navigazione web; servizi di protezione dell’identità degli utenti che accedono da remoto alle risorse aziendali (e-mail, server, dati tutelati dalla normativa vigente in materia di privacy e applicazioni critiche per il business); servizi antivirus di nuova generazione in grado di identificare malware e cyber attacchi complessi, isolare l’endpoint infetto e prevenire la sottrazione dei dati, delle credenziali di accesso e di altre informazioni riservate. Tutti questi strumenti, insieme a una connettività accessibile, stabile e veloce, potrebbero davvero rappresentare un volano per la transizione digitale di PMI e PA e favorire così la crescita del Paese.

Come pensa si possa intervenire sul deterioramento dei fondamentali economici e finanziari che le Telco segnalano da mesi?

È evidente che tutte le risorse e i finanziamenti del PNRR dedicati alla transizione digitale andranno “vanificati” se non si mettono in campo le azioni necessarie per ridare sostenibilità al settore delle telecomunicazioni. La difficoltà degli operatori nell’avere un ritorno adeguato sugli investimenti ha determinato un significativo ritardo nella realizzazione delle reti in fibra e nello sviluppo del 5G, rischiando di far perdere al Paese importanti opportunità di crescita e sviluppo. La criticità della situazione richiede misure strutturali con effetti nel medio-lungo periodo, ma anche interventi di breve periodo che possano alleviare gli effetti dell’instabilità finanziaria. Serve, quindi, rivedere la struttura del mercato al fine di renderla pienamente sostenibile, rinnovare la gestione dello spettro frequenziale legandola ai crescenti investimenti in innovazione e nuove tecnologie, aggiornare la distribuzione degli oneri legati al consumo energetico tenendo in considerazione del ruolo essenziale e critico per la tenuta del Paese interpretato dal settore delle telecomunicazioni.

Serve, infine, una grande consapevolezza delle sfide che abbiamo davanti, affinché tutti gli attori dell’ecosistema (pubblico-privati e intra settore) siano adeguatamente responsabilizzati, per fare ognuno la propria parte.

Vodafone rappresenta un’eccellenza nel mercato d’avanguardia della connettività IoT, tanto rilevante quanto ancora poco noto al grande pubblico. Quali sono, a suo parere, i principali campi d’applicazione dell’internet of things, tanto per i business quanto per i privati?

Le soluzioni che si basano sull’Internet of Things, in effetti, hanno campi di applicazione prevalentemente business to business. Il grande pubblico ne beneficia, molto spesso senza averne una piena consapevolezza. Un esempio è il caso delle ‘scatole nere’ che vengono installate sulle vetture quando si stipula un contratto assicurativo o per la gestione delle flotte aziendali.

Un altro è quello dei pagamenti digitali che stanno man mano prendendo il sopravvento sul pagamento in contanti, anche grazie ai POS connessi. Esistono poi importanti campi di applicazione della tecnologia IOT a livello industriale e nel settore energetico e delle utility che, soprattutto in quest’ultimo campo, permettono di rendere più sicuri ed efficienti, sia in termini economici che ambientali, la produzione e le reti di distribuzione.

Vodafone, riconosciuta come leader nella connettività IoT, gestisce la più grande piattaforma IoT globale con oltre 175 milioni di connessioni IoT globali ed è nella posizione migliore per interpretare i dati generati dalla piattaforma e fornire informazioni che consentano di prendere decisioni più consapevoli. In questo ambito, a gennaio 2024, Vodafone Group e Microsoft hanno annunciato una partnership strategica decennale per portare l’intelligenza artificiale generativa, i servizi digitali e il cloud a oltre 300 milioni di aziende e consumatori. La collaborazione punta a trasformare la customer experience dei clienti Vodafone attraverso l’utilizzo della intelligenza artificiale generativa di Microsoft, a potenziare la piattaforma di Internet of Things di Vodafone e a sviluppare nuovi servizi digitali e finanziari per le aziende, in particolare per le Pmi.

In Italia la connettività IoT offerta gestita da Vodafone Business fornisce una chiara visibilità e il controllo dei dispositivi, delle SIM e dei servizi IoT, progettati con la sicurezza incorporata fin dall’inizio: le offerte dei servizi, già disponibili, sul mercato spaziano dall’ambito sanitario, lo sfruttamento del suolo e agricoltura, ai trasporti, dalle smart cities e edifici all’industria manifatturiera e industria 4.0.

Intervista a Sara Morisani per Status_Quo

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Il numero di novembre 2023 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Sara Morisani, Direttrice di AIRI, Associazione Italiana Ricerca Industriale.

Dall’intervista alla Dott.ssa Morisani è emerso un confronto stimolante sulle attività di AIRI e dei suoi soci, nonché un approfondimento sullo stato dell’arte della ricerca industriale in Italia, sui progetti IPCEI e sulle tecnologie di frontiera.

Gli investimenti in ricerca e sviluppo, congiuntamente al patrimonio di proprietà intellettuale, rappresentano il cuore pulsante e il bagaglio degli asset più preziosi del tessuto produttivo di un Paese. Oggi, l’industria italiana si trova ad affrontare nuove e sempre più complesse sfide imposte da scenari globali in continua evoluzione: la sicurezza e la transizione energetiche, la supply chain, la raccolta e il riciclo delle materie critiche, le opportunità e le criticità intrinseche alla diffusione dell’intelligenza artificiale su larga scala e per sempre più vasti campi di applicazione.

In occasione dell’edizione 2023 della Giornata AIRI per l’Innovazione industriale, tenutasi il 22 novembre, abbiamo posto alcune domande in merito alla Dott.ssa Sara Morisani, Direttrice dell’Associazione. AIRI, Associazione Italiana per la Ricerca Industriale, è un ente senza scopro di lucro che rappresenta, da quasi mezzo secolo, il punto di riferimento della ricerca industriale in Italia, occupandosi della rappresentanza a livello istituzionale del settore e volta alla creazione di un ecosistema di ricerca, innovazione, sviluppo tecnologico e trasferimento di conoscenze coeso, aperto e interoperabile.

 

Dott.ssa Morisani, attualmente, su quali progetti e aree tematiche si concentra principalmente il lavoro dell’Associazione? Quali realtà conta tra i propri soci?

Ad oggi, AIRI conta circa 90 soci tra piccole, medie e grandi imprese, centri di ricerca pubblici e privati, centri di trasferimento tecnologico, start-up, Università, rilevanti istituti bancari e altri. Operano in maniera prevalente in 10 settori chiave per l’economica nazionale: chimica e materiali, costruzioni, ambiente, energia, farmaceutica, ICT e microelettronica, trasporti, spazio, meccatronica.

Gli investimenti dei soci AIRI in ricerca ogni anno sono pari a 3,5 miliardi, ai quali si aggiungono 5 miliardi nelle innovazioni fino al 2022. Occupano, inoltre, ventimila addetti diretti in ricerca e sviluppo e, nel 2020, rappresentavano il 37% delle domande di brevetti presentate in Europa dalle dieci aziende italiane più performanti.

L’Associazione lavora con i propri soci e il suo ampio network a livello nazionale ed europeo per creare opportunità di dialogo e condivisione di best practices e la collaborazione in attività di ricerca e innovazione congiunta, anche in relazione ad iniziative e progetti competitivi a livello nazionale, europeo e internazionale. AIRI, infatti, rappresenta gli interessi della ricerca industriale italiana anche in Europa, grazie alla partecipazione ormai ventennale a numerosi progetti nell’ambito dei Programmi Quadro della Ricerca e Innovazione.

Di particolare rilievo è la costante relazione con una ampia rappresentanza di manager della Ricerca e Innovazione di industrie, enti di ricerca e università nazionali, che ha come concreto risultato la redazione triennale del “Volume sulle Tecnologie del Futuro”, alla cui realizzazione i soci partecipano attivamente. AIRI, inoltre, è interlocutore istituzionale dei principali Ministeri (MiMit, MUR, MASE e MAECI) e svolge attività volte a diffondere e rafforzare politiche di sostegno agli strumenti e agevolazioni per la ricerca e innovazione. Una nostra storica “battaglia”, che purtroppo non ha trovato riconoscimento nella Legge di Bilancio, è quella per la reintroduzione del credito di imposta alla ricerca e allo sviluppo anche per le multinazionali, già presente nella versione originaria del credito e poi soppressa, rendendo l’Italia l’unico paese membro dell’UE a non estendere l’agevolazione a tali soggetti.

È d’obbligo, inoltre, sottolineare l’impegno di AIRI in tema di fondi IPCEI – Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo che, con un sostanzioso investimento, mirano a potenziare in maniera significativa la capacità europea di produrre tecnologie abilitanti fondamentali per lo sviluppo industriale. Segnaliamo, tra questi, gli IPCEI Microelettronica, Batterie e Idrogeno. Un nostro socio, ad esempio, è partner principale nel progetto Microelettronica, impegnato in ricerca e sviluppo di chip energeticamente efficienti e semiconduttori. L’IPCEI Batterie 1 e il Progetto EuBatIn relativo all’innovazione delle batterie, invece, mirano a costruire una filiera europea per il recupero delle materie prime seconde e il loro riutilizzo per nuove batterie, e per creare sinergie e capacità produttiva europea lungo tutta la catena del valore. Gli obiettivi sono sia di innovazione e sostenibilità, per il netto incremento di riciclo e riuso, sia sociali, con la creazione di nuove professionalità e posti di lavoro. A queste sfide si aggiungono poi il tema della concorrenza di Cina e Stati Uniti e le difficoltà nell’adattamento degli IPCEI alle PMI.

 

Un tema di stringente attualità è certamente quello dell’intelligenza artificiale, a cui AIRI ha dedicato un interessante fact sheet, con un’analisi della proposta di Regolamento europea per l’AI, che rappresenta già oggi un importante volano per la crescita di settori che trascendono il software e l’high tech, ma pone rilevanti questioni di etica e tutela delle proprietà intellettuale e industriale. A suo parere, dunque, l’attuale quadro normativo è adeguato a conciliare lo sviluppo del settore con la necessità, sempre più impellente, di disciplinarlo?

Le tecnologie di realtà aumentata e virtuale e di intelligenza artificiale generativa rivoluzionano la nostra capacità di innovare, con un impatto in tutti i settori economici e sociali. Due esempi che sono già realtà: nel pharma, l’uso dell’AI per velocizzare la scoperta e la sintesi di nuovi farmaci e prevederne i profili di efficacia e sicurezza; nella cultura e nel turismo, la realizzazione di nuove opere d’arte create da dati fittizi (sintetici) ma verosimili, operatori turistici che offrono realtà virtuali del tutto simili alla realtà.

Come anticipato nella domanda, tuttavia, questa rivoluzione porta con sé interrogativi etici e giuridici importanti, che toccano anche i diritti fondamentali dell’individuo. Serve un’attenzione continua agli impatti etici e sociali, e l’integrazione sistematica di valori, principi, requisiti e procedure etiche sin dalle prime fasi dello sviluppo di processi, prodotti e servizi. Un approccio, questo, che nel gergo delle politiche europee si chiama ethic by design e su cui AIRI è impegnata da diversi anni. In sintesi, macchina e uomo devono collaborare per aumentare le capacità intellettive delle persone e non per sostituirle.

 

Tutti temi che hanno trovato ampio spazio nel corso della Giornata AIRI per l’Innovazione Industriale.

La Giornata è l’ormai consuetudinario appuntamento annuale con cui AIRI chiama a raccolta alcuni tra i massimi esperti, i principali interlocutori e le istituzioni su questioni di assoluta rilevanza per la ricerca industriale italiana. Quest’anno, la colonna portante del dibattito é stata rappresentata dalla transizione elettrica, a cui è dedicato anche il working paper presentato, appunto, durante la Giornata e scaricabile dal nostro sito.

Tuttavia, il momento per noi più importante e che ci riempie di orgoglio è la premiazione dei vincitori delle Borse di studio intitolate al nostro fondatore, il Prof. Renato Ugo, con cui AIRI, in collaborazione con Farmindustria, Fondazione Bracco e Heidelberg Materials Italia Cementi assegna un riconoscimento alle migliori tesi in ambito STEM. Quest’anno, ad aggiudicarsi il premio sono state tre giovani Dottoresse in chimica – segnale incoraggiante sull’avvicinamento di sempre più ragazze ai percorsi accademici, appunto, di ambito STEM.

Intervista a Manuela Traldi per Status_Quo

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Il numero di novembre 2023 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Manuela Traldi, Presidente di ITAZERCOM, Camera di Commercio Italo-Azerbaigiana.

Abbiamo posto alla Presidente Traldi alcune domande sull’attuale scenario geopolitico in cui opera l’Azerbaigian e le opportunità che il Paese del Caucaso, nostro partner commerciale di rilievo, riserva alle imprese italiane che intendano investirvi.

I conflitti che attualmente scuotono lo scacchiere globale costituiscono non solo notevoli rischi di natura geopolitica e diplomatica, ma pongono anche a repentaglio la sicurezza energetica e della supply chain dei Paesi e degli attori economici, incluse le aziende italiane.

Le turbolenze che persistono in alcune aree strategiche a livello geopolitico, inoltre, possono rappresentare un ostacolo tangibile per l’internazionalizzazione delle nostre imprese, intente a esportare e diffondere le eccellenze del Made in Italy in mercati sempre più globalizzati e interconnessi.

In siffatto contesto, l’Azerbaigian, per posizione geografica, caratteristiche politico-normative e ricchezze naturali rappresenta un partner strategico per le nostre imprese. Una realtà, quella del Paese caucasico, che merita un approfondimento, per il quale ci siamo rivolti a uno degli interlocutori più indicati allo scopo: l’Avv. Manuela Traldi, Presidente di Itazercom, Camera di Commercio Italo-Azerbaigiana attiva dal 2012 nelle relazioni commerciali bilaterali tra Roma e Baku.

 

Presidente Traldi, l’Azerbaigian è un Paese alle porte dell’Europa di cui, tuttavia, in Italia si conosce ancora poco. Quali sono, a suo parere, le principali ragioni di investimento per le aziende italiane? Qual è il quadro fiscale, burocratico e normativo che si presenta a una nostra impresa che intenda operare in Azerbaigian? In che modo Itazercom ne può supportare l’internazionalizzazione?

In effetti, nonostante il crescente interesse per l’Azerbaigian nel corso dell’ultimo decennio e il grande numero di aziende italiane dei più diversi settori già presenti con i propri prodotti e servizi o attive in progetti sul territorio, è vero che il Paese non sia ancora sufficientemente conosciuto all’interno della business community italiana. Infatti, sino a oggi, tra le centinaia di imprenditori italiani che abbiamo accompagnato a Baku con la Camera di Commercio bilaterale, nessuno ha potuto esimersi da una reazione di sorpresa positiva, nel trovare una realtà totalmente diversa, sotto ogni profilo, rispetto alle proprie, pur alte, aspettative.

Si tratta di un Paese con forte vocazione industriale e all’innovazione tecnologica, che ha portato a termine, negli ultimi anni, una serie di riforme in tutti i settori dell’economia e della pubblica amministrazione, nella direzione della massima digitalizzazione, dello sviluppo dell’imprenditoria e del mercato, nonché della diversificazione economica.

Per la creazione di nuove opportunità di sviluppo e l’attrazione di investimenti esteri, sono stati introdotti importanti incentivi, come nel caso delle Economic Zones, che prevedono l’esenzione totale dalle imposte per 7 anni per i progetti produttivi nei relativi Parchi industriali, agricoli e tecnologici, oppure l’applicazione del pacchetto di agevolazioni, fiscali e non, per lo stabilimento di

aziende manifatturiere vocate all’export, nella nuova Alat Free Economic Zone (AFEZ), che gode di uno speciale status doganale, regolatorio, lavoristico e giuridico, oltre che fiscale. Da ricordare, infatti, la facilità di accesso ai mercati dell’intera regione, grazie alla posizione geografica e alle infrastrutture che fanno dell’Azerbaigian un hub logistico, oltre che agli accordi doganali con esenzione dai dazi, in essere con le Repubbliche ex-sovietiche, nonché in particolare con i Paesi dell’Asia Centrale, peraltro riunitisi a Baku la scorsa settimana, e su base bilaterale.

E’ utile rilevare anche la relativa semplicità e rapidità delle pratiche societarie, con la costituzione di una LLC, equivalente a una S.r.l., in soli tre giorni. In questo contesto, nel quale peraltro l’Italia e il Made in Italy godono di un particolare apprezzamento, l’Azerbaigian può offrire interessanti opportunità di sviluppo e collaborazione commerciale all’imprenditore italiano, che può portare con

successo sul mercato il suo patrimonio di tecnologia, know-how e capacità relazionali, contribuendo al processo di ulteriore crescita economica nel Paese.

I settori di maggiore interesse che segnalerei al momento sono l’agroalimentare, il metalmeccanico, il tessile e l’economia circolare.

La nostra Camera di Commercio Italo-Azerbaigiana sostiene le imprese nell’individuazione e realizzazione di tali opportunità, commerciali o produttive, secondo i loro obiettivi e visione strategica, facilitando l’accesso al Paese e l’interazione con gli eventuali partners e tutti gli stakeholders.

 

La peculiare combinazione tra posizione a cavallo tra Europa e Asia e la presenza di importanti risorse naturali ed energetiche (si pensi al gasdotto Trans-Adriatico) rende l’Azerbaigian un punto nevralgico della geopolitica di un’area per alcuni versi difficile e non priva di conflitti. In tal senso, come si definisce l’attuale quadro politico e culturale del Paese?

Se si guarda alla storia diplomatica dell’Azerbaigian, si può sicuramente notare l’impegno del Paese a evitare conflitti, mantenendosi indipendente, sia politicamente che economicamente, da ogni pressione internazionale, pur trovandosi in effetti confinante tra grandi potenze quali Iran, Russia e Turchia.

Infatti, dal 1993 in poi, l’Azerbaigian è riuscito a costruire e mantenere ottimi rapporti diplomatici ed economici a livello globale e a volte, contemporaneamente, con realtà diverse e tra loro incompatibili, come ad esempio Iran e Israele. Sotto la guida dell’attuale presidente Ilham Aliyev, il Paese ha proseguito in questa direzione, confermandosi, tra l’altro, interlocutore e partner affidabile dell’Unione Europea nel fronteggiare la carenza di gas naturale conseguente alla crisi russo-ucraina.

Il recente ripristino della sovranità azerbaigiana sulle regioni occupate nel 1992 dalle milizie separatiste della minoranza armena e pari a un quinto del territorio dell’Azerbaigian, ha messo la parola fine al conflitto del cosiddetto Nagorno-Karabakh, che, pur essendo sempre rimasto impercettibile all’imprenditore estero e nella vita quotidiana, ha costituito per quasi trenta anni una ferita molto dolorosa per il Paese. Tutte le energie e le risorse sono ora dedicate alla ricostruzione delle aree liberate, a cui stanno partecipando anche diverse aziende italiane nell’attività di progettazione, restauro e costruzione di infrastrutture, e al ripristino della normalità, anche di pacifico transito, nella regione, lungo le nuove vie di trasporto, a beneficio di tutte le parti coinvolte.

In questo contesto, è da sottolineare come l’Azerbaigian sia un paese profondamente laico, con un sistema giuridico basato sul diritto civile, e che pone il multiculturalismo e il rispetto delle confessioni tra i propri principi fondamentali, come anche dimostrato dal fatto che vi convivono pacificamente da sempre mussulmani, ebrei, cristiani ortodossi e armeni, senza alcuna distinzione.

Inoltre, il Paese ha voluto fortemente la realizzazione anche di una chiesa cattolica a Baku, dove Papa Francesco ha celebrato la Messa durante la sua ultima visita e collabora e sostiene con il Vaticano numerosi progetti di restauro di luoghi simbolo della cristianità, così come sta restaurando con cura gli edifici di culto nei territori liberati.

Per chi conosce l’Azerbaigian è infatti sconcertante leggere a volte sui mezzi di informazione l’attribuzione al Paese di alcuni sentimenti e comportamenti diametralmente contrari alla realtà, come la discriminazione religiosa o etnica, del tutto assenti ed estranei al modo di essere azerbaigiano, che peraltro è molto affine al nostro, anche come stile di vita. L’amicizia tra i nostri Paesi, rafforzata da un’intensa attività di scambi e missioni istituzionali, che ha visto il Presidente Mattarella a Baku nel 2018 ed il Presidente Aliyev a Roma, con un’ampia delegazione governativa e di aziende nel febbraio 2020, è stata anche formalizzata con un accordo di Partenariato Strategico Multidimensionale.

Riordino del gioco online: le prospettive del settore alla vigilia della riforma

By News

Contrariamente a quanto previsto, slitta probabilmente al prossimo Consiglio dei Ministri l’esame del primo decreto legislativo sul riordino del settore del gioco (con particolare riferimento all’online), a seguito del rinvio stabilito nel Preconsiglio di ieri, mercoledì 15 novembre. Tuttavia, lo schema di decreto attualmente in circolazione, privo di sorprese rispetto alle indiscrezioni delle scorse settimane, contiene tutti gli elementi necessari a intuire il quadro che si va a delineare con la riforma del settore e l’indirizzo politico che l’Esecutivo intende imprimervi. Ecco i punti cardine del testo:

  • Costo delle concessioni fissato – come previsto – a 7 milioni di euro, con un massimo di 5 licenze per ogni singolo gruppo
  • Imposto un limite alle cosiddette “skin”: ogni concessionario potrà aprire un solo sito per ogni gioco online
  • Il canone di concessione sarà rialzato al 3% del margine netto del concessionario
  • Regolamentati i punti vendita ricariche (cosiddetti PVR): le ricariche potranno essere vendute, ma con “un’esclusione espressa di un qualunque prelievo delle somme giacenti sul conto di gioco e del pagamento delle vincite”. I pagamenti dovranno essere effettuati esclusivamente con strumenti finanziari tradizionali tracciati e gli esercizi commerciali dovranno iscriversi a un albo presso l’Agenzia Dogane e Monopoli.
  • Nuova stretta a ludopatia e illegalità: nuovi strumenti informatici, bancari e di intelligenza artificiale per il contrasto ai siti sprovvisti di concessione. Istituita una Consulta permanente dei giochi pubblici per il monitoraggio dell’andamento delle attività di gioco, comprese quelle illegali, e dei loro effetti sulla salute dei giocatori, con la prerogativa di proporre al Governo misure finalizzate alla lotta e alla prevenzione della ludopatia.

Siffatto scenario, stando alle stime di Ficom Leisure, comporterebbe una riduzione degli operatori in grado di ottenere la concessione a 22-27 soggetti, con circa 50 operatori che, al contrario, rimarrebbero tagliati fuori.

Scopo del Governo sarebbe dunque un riordino che mantenga tuttavia inalterati i proventi fiscali dal gioco, anche alla luce del tasso di crescita costante registrato dal settore in Italia, così da poter finanziare la priorità politica dell’Esecutivo: il taglio delle tasse.

Il servizio di Rai Parlamento sul Centro studi di Cuiprodest

By Evidenza, News

Il nostro managing partner Giuseppe Volpe ai microfoni di Rai Parlamento per il servizio dedicato alla ricerca del Centro studi di Cuiprodest sul primo anno di attività parlamentare della XIX Legislatura.

Un’enorme soddisfazione, indice della qualità dello studio prodotto e dimostrazione che l’approfondimento metodico di tematiche importanti incontra sempre un pubblico di alto livello.

La ricerca consta di un’analisi quantitativa dell’attività svolta da Governo e Parlamento nel primo anno dell’attuale legislatura – la prima con numero di parlamentari ridotto dalla recente riforma costituzionale – e di una comparazione con quanto realizzato durante lo stesso arco di tempo nella legislatura precedente.

Intervista a Corrado Dentis per Status_Quo

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Il numero di settembre 2023 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Corrado Dentis, Presidente di CORIPET.

Abbiamo posto al Presidente Dentis alcune domande su temi inerenti il Regolamento imballaggi PPWR, il DRS, il riciclo delle bottiglie in PET e la diffusione degli ecocompattatori sul territorio nazionale.

Un ruolo peculiare, nel vasto mondo degli imballaggi in plastica, è rivestito dagli imballaggi a uso alimentare e, in particolar misura, da quelli in PET, preposti a contenere acqua, bevande e olio.

Da un punto di vista della raccolta e del riciclo, gli imballaggi in PET possono contribuire in maniera determinante al raggiungimento degli stringenti obiettivi posti dal legislatore europeo, a patto che se ne potenzi la raccolta selettiva, modello alla base del “circolo virtuoso” del “bottle to bottle” in grado di chiudere il cerchio di un’economia a bassissimo impatto ambientale.

In Italia, la realtà leader del settore è CORIPET – Consorzio volontario per il Riciclo del PET, a cui aderiscono i più grandi player nazionali e internazionali nel mondo delle acque minerali e delle bevande.

A tal proposito, abbiamo posto alcune domande sul modello di CORIPET e su sfide e opportunità della Direttiva SUP e del Regolamento PPWR a Corrado Dentis, Presidente del Consorzio.

 

Presidente, in tutta evidenza, il regolamento imballaggi PPWR è il tema di più stringente attualità e interesse per il mondo della produzione e del riciclo delle materie plastiche. A suo parere, al suo interno sono preponderanti i rischi o le opportunità per il settore?

Sui vari temi trattati dal regolamento imballaggi, uno su tutti ci vede schierati: è la dinamica del riutilizzo, a cui siamo chiaramente e fortemente contrari, anche per via della sua logica, che comporta un passo indietro rispetto all’indirizzo che ha finora inteso imprimere l’Unione Europea.

Ricordiamo, di fatti, che la SUP, Direttiva 904/2019, pone al centro e come perno il mondo del riciclo, che deve però avvalersi di raccolte differenziate importanti – parlo del 77% di raccolta di contenitori per liquidi in PET al 2025, che poi diventeranno il 90% a far data dal 1 gennaio 2029. Imporre ora e obbligatoriamente dei livelli di riutilizzo molto elevati è un obiettivo chiaramente non in linea con l’indirizzo finora indicato.

Lo stesso dicasi per il DRS, Deposit Refund System (in italiano “sistema di deposito cauzionale”), su cui siamo allineati, come posizionamento, con molte altre associazioni di categoria nel non reputarlo così cogente come strumento al punto da imporlo in modo obbligatorio per il sistema Italia.

Ciò non significa, tuttavia – e lo diciamo da leader di mercato nella gestione del fine vita dei contenitori per liquidi in PET – che si possa mollare la presa e lasciare che il Paese non raggiunga l’obiettivo del 77% imposto entro il 2025 – soprattutto alla luce del dato che, a oggi, ci vede lontani da quel traguardo.

È certamente necessario procrastinare i termini relativi alla raccolta e al DRS; nondimeno, è fondamentale affrontare il tema perché, a oggi, l’Italia è assolutamente indietro sul tema delle raccolte selettive.

Sottolineo, infatti, che già nel Regolamento Europeo 282/2008, che fissava i requisiti di una filiera bottle to bottle con tutti i crismi, si sosteneva che fosse necessario raccogliere almeno il 95% delle bottiglie in PET nate per contenere alimenti. Si tratta di un Regolamento di 15 anni fa e oggi la percentuale di raccolta selettiva di bottiglie in PET in Italia si attesta a malapena all’1%.

Benché l’Italia rappresenti un’importante eccellenza a livello comunitario in tema di riciclo, con “quota 77” ancora lontana e la raccolta selettiva su cui non siamo pervenuti, è evidente che di lavoro da fare, allo stato attuale, ce ne sia ancora molto.

Costruendo percorsi e trovando soluzioni, l’Italia può dimostrarsi perfettamente in grado di raggiungere gli obiettivi comunitari e Coripet intende mettersi in gioco in prima persona, insieme a tutto il sistema Paese, per evitare l’introduzione del sistema cauzionale del DRS come obbligo.

Occorre infatti sottolineare che, nel caso in cui l’attuale sistema di raccolta riuscisse ad intercettare il 90% delle bottiglie in PET entro il 2027, tale obbligo non scatterebbe.

Riguardo, invece, le opportunità del PPWR, sono assolutamente favorevole all’obbligatorietà di un contenuto di riciclo minimo per le plastiche e gli imballaggi in plastica. Senza tali obblighi, infatti, si rischia che certe dinamiche vengano lasciate esclusivamente all’iniziativa degli imprenditori, il cui operato è talvolta orientato a logiche più economiche che ambientali.

 

La necessità di incrementare il livello di consapevolezza su questi temi è certamente precipua, e notiamo che Coripet si contraddistingue per campagne comunicative e di sensibilizzazione originali e per una presenza social apprezzabile, soprattutto in relazione al settore di provenienza. Crede che nel settore pubblico, di contro, si stia facendo abbastanza per sensibilizzare e incentivare i cittadini alla corretta differenziazione dei rifiuti? A suo avviso, il principale ostacolo a una maggiore e più efficiente raccolta in alcuni territori del nostro Paese è rappresentato dalla scarsa sensibilizzazione dei cittadini o dalle sacche di inefficienza del settore pubblico?

Chiaramente, noi dei consorzi di filiera svolgiamo un mestiere diverso rispetto al settore pubblico. Abbiamo il compito di gestire il fine vita degli imballaggi che i nostri consorziati mettono sul mercato e quindi offrire loro un servizio affinché possano raggiungere gli obblighi di legge.

Allo stesso modo, anche la dinamica della raccolta differenziata riguarda un servizio che le municipalizzate e i Comuni hanno l’obbligo di proporre al cittadino.

I volumi di raccolta differenziata in Italia sono elevatissimi, di un livello raggiunto da pochi altri paesi in Europa, e per questo la raccolta differenziata ha raggiunto il suo limite fisiologico.

Vi sono certamente delle Regioni che possono fare di più, ma il tasso di raccolta differenziata, che ci porta a un livello di raccolta di bottiglie di circa il 67%, rappresenta un dato veramente fuori dal comune.

Tuttavia, non è ipotizzabile che quel 30% che manca per arrivare al 100, o quel 22% circa che manca per arrivare all’obiettivo del 90, si possa verosimilmente raggiungere attraverso questo modello. A mio avviso, i numeri e i limiti propri di questo modello di raccolta sono stati raggiunti. Il cittadino, dal canto suo, ha sempre fatto la sua parte e, davanti a un servizio efficiente, risponde egregiamente. I numeri riportati poc’anzi ne sono testimonianza. Sono dati di cui dobbiamo andar fieri, in qualità di cittadini e sistema Paese.

 

l tema del ruolo attivo svolto dai cittadini introduce un argomento dirimente per Coripet e per la raccolta selettiva: gli ecocompattatori. Quali sono le prospettive al fine di incrementarne e migliorarne la diffusione sul territorio e la prossimità al cittadino, anche in termini di incentivazione?

Il dispiegamento degli ecocompattatori in tutto il Paese è dirimente per colmare le lacune in tema di raccolta selettiva. Sono macchine altamente sofisticate e “intelligenti”, capaci di riconoscere e accettare soltanto bottiglie in PET per alimenti e rifiutare qualsiasi altro tipo di plastica o materiale differente. Come dicevamo, se sollecitato con una proposta strutturata, il cittadino risponde egregiamente.

Al fine di aumentarne la diffusione, un ruolo importante è svolto certamente dal Decreto Mangiaplastica, che prevede di fatto un aiuto proposto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Potrebbe essere perfezionato, ma prevede già da alcuni anni questa opportunità per i Comuni.

Per altri versi, abbiamo ottenuto attraverso il PNRR dei finanziamenti per incrementare la presenza di ecocompattatori in Italia. Siamo prossimi alla cifra dei mille ecocompattatori installati su tutto il territorio nazionale, e l’obiettivo di Coripet è di toccare quota 5000 nei prossimi tre anni.

Quel che abbiamo maggiormente a cuore, come dicevamo prima, è che tutti i nostri consorziati possano raggiungere in modo puntuale gli obblighi di cui sopra, e lavoriamo in tale direzione. In quest’ottica, se da parte del Ministero dell’Ambiente ci fosse ancora più attenzione, avremmo sicuramente qualche freccia in più al nostro arco per evitare al Paese di essere sottoposto all’ennesima infrazione. Noi ce la mettiamo tutta; ad ogni modo, ancorché il nostro consorzio non abbia fini di lucro, il sostegno è fondamentale perché, su piani di investimento così importanti, bisogna avere le spalle larghe.

 

Una posizione, dunque, che mira a scongiurare infrazioni attraverso l’incentivazione di comportamenti virtuosi, riponendo la massima fiducia negli sforzi congiunti di società civile, consorzi e tessuto imprenditoriale, anziché ricorrere a balzelli e obblighi esosi.

Assolutamente sì. Tuttavia, per ribadire il concetto, è indispensabile compiere determinati passi. Non possiamo limitarci a rispedire in toto al mittente – l’Unione Europea – tutto quel che riguarda il riutilizzo, il DRS, gli obblighi di introduzione del riciclato nelle plastiche, altrimenti diviene impossibile ottemperare agli obblighi posti – perché purtroppo, a tal riguardo, non basta far notare che i riciclatori italiani sono tra i migliori al mondo.

I riciclatori italiani hanno bisogno di plastiche da riciclare, soprattutto di plastiche di qualità più elevata da riciclare. In realtà, come testimoniato dal già citato Regolamento 282 del 2008, 15 anni fa l’Europa si era dimostrata già molto chiara circa la direzione che intendeva intraprendere nei decenni a venire, dichiarando che, se vogliamo veramente fare delle cose incontrovertibili a favore dell’ambiente, dobbiamo raccogliere più plastica e di qualità superiore.

Se la volontà è quella di porre l’industria del riciclo come perno dell’economia circolare, occorre aiutarla con le raccolte selettive e volumi sempre più importanti, per creare anche delle economie di scala. Occorre rendere competitiva la filiera per rendere tutti gli attori di questa filiera in grado di competere. Oggi ci troviamo già dinanzi a un concetto di Europa, in un certo senso, a due velocità, perché, dei 27 paesi membri, più della metà ha già adottato il DRS e raccoglie, di conseguenza, già più del 90% di bottiglie in PET.

Il DRS è la raccolta selettiva per eccellenza, perché riguarda solo le bottiglie in PET per alimenti, perché le bottiglie in PET per detergenti e altre applicazioni non sono assoggettate al deposito. Quindi il DRS non è altro che un obbligo a raccogliere tanto e con qualità, perché questi sono i due elementi imprescindibili per chiudere il cerchio del riciclo all’infinito.

Se si vuole far circolare le bottiglie all’infinito, occorre raccoglierle con un modello che garantisca i maggiori criteri qualitativi possibili. È questo il concetto di fondo e Coripet, in veste di consorzio autonomo, si adopera affinché i propri consorziati non espongano il Paese al rischio di infrazioni e nuovi balzelli, che non sono mai da poco. Parliamo, da subito, non di pochi milioni, ma di decine, se non centinaia, di milioni di euro.

Intervista a Federico Vitali per Status_Quo

By News

Il numero di settembre 2023 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Federico Vitali, Vicepresidente di FAAM.

Abbiamo posto al Cavalier Vitali alcune domande su temi inerenti i fondi IPCEI e la supply chain del litio, con le sue ripercussioni geopolitiche.

Dalle batterie per i prodotti di elettronica di consumo all’automotive, il litio rappresenta il prerequisito indispensabile della transizione energetica e il minerale critico che riveste il ruolo più dirimente nell’economia e nelle relazioni strategiche tra Occidente e paesi asiatici, disegnando nuovi equilibri geopolitici e imponendo nuovi rapporti di forza tra potenze sullo scacchiere globale.

La crescita esponenziale di una domanda globale sempre più difficile da soddisfare determina un aumento dei prezzi riconducibile spesso al costo ingente delle estrazioni. Protagonisti della “corsa all’oro bianco”, gli estrattori di terre rare si elevano così allo status di “compagnie petrolifere del futuro”, in una contesa a cui partecipa un numero estremamente ristretto di players, in grado di controllare tanto la supply chain della materia prima quanto il mercato delle batterie al litio su scala mondiale.

A guidare la classifica relativa alle estrazioni sono Australia e Cile – che in totale detengono oltre il 70% del mercato – seguiti al terzo posto dalla Cina, che tuttavia è leader indiscussa nella produzione di celle di batterie al litio, con il 77% del mercato.

Al fine di approfondire il tema, con particolare attenzione alla risposta delle istituzioni europee al fenomeno, abbiamo rivolto alcune domande a Federico Vitali, Vicepresidente di FAAM, storica azienda fondata nel 1974 e oggi leader nella produzione di batterie al litio in Italia, proprietaria di stabilimenti produttivi all’avanguardia, tra cui due gigafactory a Teverola, in provincia di Caserta.

Cavalier Vitali, a quali rischi commerciali e politici si espongono Italia ed Europa, alla luce della forte dipendenza dalla supply chain di Paesi extracomunitari per l’approvvigionamento della materia prima e la produzione di batterie al litio?

I rischi sono notevoli, e l’Italia e l’Europa debbono assolutamente attrezzarsi, nella maniera più adeguata, per ridurli al minimo. Questi rischi includono:

Instabilità geopolitica: le tensioni politiche tra le nazioni e i cambiamenti nella politica commerciale dei Paesi fornitori possono influenzare la disponibilità e i prezzi delle materie prime, mettendo a repentaglio la continuità della produzione.

Fluttuazioni dei prezzi delle materie prime: se si lascia che gli asiatici detengano il controllo esclusivo delle materie prime necessarie per la produzione di batterie al litio, le fluttuazioni dei prezzi avranno seri impatti sui costi di produzione in Italia e in Europa.

Vulnerabilità delle catene di approvvigionamento lunghe, che possono essere sensibili a interruzioni, ritardi nella consegna e problemi logistici, aumentando il rischio di interruzioni nella produzione.

Sovranismo economico: l’Europa potrebbe diventare vulnerabile alle politiche economiche di altri Paesi se non investe in una maggiore indipendenza della sua supply chain. Per questo, sia a livello nazionale che comunitario, serve un forte impegno verso una filiera europea per le materie prime, che tra l’altro possono e debbono essere recuperate attraverso un efficace sistema di economia circolare.

Allo stato attuale, dunque, come si possono valutare gli strumenti adottati dall’Unione Europea per raggiungere un livello adeguato di indipendenza della supply chain?

A oggi, l’Unione Europea ha compiuto progressi significativi nell’adozione di misure per ridurre la dipendenza dalla supply chain extracomunitaria. Il fondo IPCEI (Important Projects of Common European Interest) rappresenta un passo importante verso questo obiettivo, promuovendo investimenti e collaborazioni per sviluppare l’intera filiera delle batterie al litio in Europa. Tuttavia, quanto fatto va ritenuto solo un valido avvio, infatti serve continuare sulla strada intrapresa per realizzare una filiera efficace e competitiva. Come FAAM – SERI Industrial, ci stiamo impegnando con i nostri progetti a Teverola: Teverola 1, che ha una capacità produttiva di 350 MGW, dove sono già in produzione celle LFP water based e, grazie a IPCEI, abbiamo avviato la realizzazione di Teverola 2, una gigafactory che avrà una capacità produttiva di 8,5 GW con incluso impianto di riciclo. In questi progetti metteremo a frutto l’esperienza maturata e continueremo a cercare nuove opportunità di apprendimento e miglioramento. A tal fine, riteniamo fondamentale il patrimonio di competenze umane disponibili, finora di grande valore, ma che deve continuamente adeguarsi con conseguente forte investimento; per questo motivo, le aziende dovrebbero ricevere tutto il sostegno possibile dall’UE attraverso opportuni strumenti diretti.

L’indipendenza della supply chain europea è sicuramente il primo e più importante traguardo da raggiungere. Tuttavia, in chiave ancor più strategica, possiamo ritenere le sopraccitate politiche comunitarie adeguate anche allo scopo di ridurre l’imponente divario che ci separa dai principali player del settore, quali Cina e Stati Uniti?

Alcune politiche adottate, tra cui il già menzionato fondo IPCEI, sono certamente attuate al fine di ridurre il suddetto divario. Ora, tuttavia, è necessario proseguire sulla strada intrapresa per finanziare la realizzazione delle infrastrutture necessarie, oltre che la formazione del capitale umano – tema, questo, che ci vede in forte ritardo rispetto ai Paesi asiatici. In sintesi, l’Europa sta registrando progressi notevoli, ma ci sono ancora molte sfide da affrontare. Gli strumenti attuali sono un passo nella giusta direzione, ma il loro successo richiederà tempo e impegno continui nel promuovere la produzione e l’innovazione necessarie.

Intervista ad Andrea Campelli per Status_Quo

By News

Il numero di settembre 2023 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista ad Andrea Campelli, Direttore comunicazione e relazioni esterne di Corepla.

Abbiamo posto al Dott. Campelli alcune domande sui possibili effetti del Regolamento imballaggi PPWR e sulle prospettive per il riciclo chimico.

Partendo dal Green Deal, la più ampia strategia volta al compimento della transizione ecologica, il Regolamento imballaggi dell’Unione Europea (PPWR) si prefigge l’obiettivo di ridurre drasticamente la quantità di rifiuti da imballaggi.

Un traguardo, quello della sostenibilità ambientale, universalmente condiviso nel principio, ma che cela rilevanti criticità nei metodi con cui Bruxelles intende perseguirlo – per giunta, in un arco di tempo decisamente breve.

Delle conseguenze non intenzionali e dei rischi connessi all’attuazione del provvedimento in questione abbiamo conversato con Andrea Campelli, Direttore comunicazione e relazioni esterne di COREPLA, Consorzio nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli imballaggi in plastica, che ha recentemente compiuto 25 anni di attività e rappresenta la realtà leader di mercato in Italia e un’eccellenza nel settore del riciclo delle materie plastiche a livello europeo.

COREPLA raggruppa le imprese della filiera del packaging ed è un ente senza scopo di lucro, con finalità di interesse pubblico: il raggiungimento degli obiettivi di riciclo e recupero degli imballaggi in plastica previsti dalla legislazione europea, in un’ottica di responsabilità condivisa tra aziende, pubblica amministrazione e cittadini.

Nel corso del 2022, il Consorzio ha avviato a riciclo 727.481 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica, riportando un incremento dello 0,73% rispetto all’anno precedente, pari al 69% del materiale riciclato a livello nazionale.

 

Direttore, l’Italia è un’eccellenza a livello europeo in tema di riciclo di materie plastiche. Quali ripercussioni potrebbe generare il Regolamento imballaggi PPWR sulla nostra filiera?

Anzitutto, le ripercussioni rischiano di essere notevoli su più piani: economico, strutturale e culturale.

Dal punto di vista economico e strutturale, chiaramente, si rischia di arrecare danni consistenti al nostro sistema di filiera, con il suo fatturato e i suoi impiegati, così come verrebbe compromessa la realizzazione di nuovi impianti finanziata dal PNNR.

Non da meno sarebbe il danno culturale: nel caso di Corepla, infatti, parliamo di un patrimonio di conoscenze in tema di raccolta differenziata che rappresenta un’eccellenza edificata in 25 anni di attività. Infine, a livello politico, il Paese registrerebbe una significativa perdita di terreno su alcuni dossier internazionali strategici.

Per entrare nel merito dei contenuti del PPWR, Corepla è perfettamente d’accordo sui principi del Green Deal e del Regolamento e sul raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale.

Sono, al contrario, le modalità indicate che riteniamo errate: l’anteporre il riutilizzo al riciclo – con la filiera del riciclo italiana che rappresenta un’eccellenza a livello europeo e ha ottenuto risultati notevoli – e la scelta di ricorrere allo strumento del Regolamento anziché della Direttiva Europea.

 

Vi sono differenze, a livello di impatto ambientale e igienico-sanitario, tra il riciclo delle materie plastiche e il loro riuso, così per come si viene a delineare nel PPWR?

Occorre premettere che il riuso è già considerato prioritario nella gerarchia dei rifiuti, come già indicato dall’Unione Europea nell’articolo 4 della Direttiva rifiuti del 2008, quindi non vi sarebbe nulla di nuovo da questo punto di vista. Quello che intende fare ora l’UE è rendere prevalente il riuso sul riciclo, il che comporterebbe una difficile applicabilità di questa metodologia, che infatti non viene nemmeno chiarita ma lasciata a decreti attuativi e atti delegati, di cui si sta abusando. Si tratta, a dir poco, di una peculiarità giuridica e politica, di cui non vengono neanche specificati i tempi.

Bisognerebbe dunque chiarire alcuni punti: anzitutto, come si dovrebbe attuare il riuso? Per quale tipologia di prodotti?

Non per tutto, di fatti, vi si può ricorrere. In definitiva, come abbiamo visto poc’anzi, oltre a non essere chiara l’applicazione, ci esporremmo a un forte rischio dal punto di vista igienico-sanitario, perché l’imballaggio – e questo è un concetto chiave che a Bruxelles non è chiaro a molti – non è un vezzo.

Certamente, alcune aziende ne hanno abusato, ricorrendovi come strumento di marketing, ma l’imballaggio serve innanzitutto a proteggere le qualità organiche di un prodotto e a garantirne l’igiene e la conservazione. Tutto ciò verrebbe completamente vanificato dal riuso, a meno che non si imponga un obbligo di lavare o addirittura sterilizzare il packaging, le bottiglie e i contenitori, il che avrebbe però un impatto sulla sostenibilità che non è stato misurato.

Nessuno si è premurato di chiarire questo punto, ma si tratterebbe, certamente, di un’impronta ambientale ben più alta e dannosa di quella generata dal riciclo, se per riutilizzare ogni bottiglia occorresse consumare dell’acqua – pensiamo ai momenti di maggiore siccità e di crisi idrica.

Aggiungerei poi la complessità nell’applicare la logica del riuso al settore dell’HORECA (hotellerie, restaurants, cafè) o al mondo dell’esportazione, ad esempio al settore vitivinicolo. Anche qui, non è chiaro su chi ricada l’onere, nel caso dell’esportazione: su chi esporta o su chi consuma?

 

Nuove e interessanti prospettive riguardano il riciclo chimico e l’utilizzo di quella percentuale residua di plastica che non può essere riciclata per realizzare combustibile da rifiuto pulito e ad alta efficienza. Qual è il quadro che si viene a delineare, a livello nazionale e comunitario? Sono soluzioni che l’Unione Europea e l’Italia incentivano?

Nel caso del CSS, Combustibile solido secondario, purtroppo l’Italia non ne incentiva l’uso in sostituzione dei tradizionali e ben più inquinanti combustibili fossili. Mi lasci dire che è una follia.

Abbiamo molti impianti che producono CSS da plastiche In Italia, ma la mancanza di incentivi li costringe a esportare in Paesi limitrofi, come Francia e Spagna, perché risulta più conveniente venderlo all’estero, nonostante i costi di trasporto, che fornirlo ad aziende italiane – penso soprattutto alle nostre cementerie, dove il CSS troverebbe grande utilizzo. L’incentivazione all’uso del CSS, oltretutto, completerebbe il processo di riutilizzo della plastica, con una parte che verrebbe riciclata e l’altra utilizzata per produrre CSS, chiudendo il cerchio dell’economia circolare.

Per quanto riguarda il riciclo chimico, si stanno compiendo dei passi in avanti significativi, sia nelle tecniche di riciclo che nella qualità dell’output di questi processi, dunque del prodotto finale ottenuto.

A parere di Corepla, occorre far convivere i sistemi in maniera integrata e osservare con molta attenzione gli sviluppi tecnologici e scientifici in corso, perché il riciclo chimico sta progredendo, ma vi sono ancora studi e accertamenti necessari.

Per il momento, i risultati migliori sono ottenuti dal riciclo meccanico, ma crediamo che in futuro ci possano essere dei sistemi di integrazione tra i due, perché, come già specificato, la qualità dell’output del riciclo chimico sta aumentando.

Cuiprodest sul TG Rai Parlamento

By Evidenza, News

Un grande piacere assistere al servizio del TG Rai Parlamento dedicato alla ricerca del nostro centro studi sul primo anno della XIX Legislatura e all’evento di presentazione alla stampa presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, in cui sono intervenuti:

– Sen. Alberto Balboni (FdI), Presidente Commissione Affari Costituzionali

– Sen. Lucio Malan (FdI), Presidente gruppo parlamentare

– Sen. Massimiliano Romeo (Lega), Presidente gruppo parlamentare

– Sen. Andrea Giorgis (PD), Capogruppo in Commissione Affari Costituzionali

– Sen. Licia Ronzulli (FI), Presidente gruppo parlamentare

– Giuseppe Volpe, managing partner di Cuiprodest

– Paola Cirilli, partner di Cuiprodest e direttrice del Centro studi

La ricerca consta di un’analisi quantitativa dell’attività svolta da Governo e Parlamento nel primo anno dell’attuale legislatura – la prima con numero di parlamentari ridotto dalla recente riforma costituzionale – e di una comparazione con quanto realizzato durante lo stesso arco di tempo nella legislatura precedente.

In sede di presentazione, i dati risultanti dalla nostra analisi hanno ispirato un dibattito prolifico su alcune questioni dirimenti per la nostra democrazia, le cui voci sono raccolte nel servizio del TG.

Presentazione in Senato della ricerca del Centro studi di Cuiprodest

By News

Un’enorme soddisfazione, riunire nella Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica i Senatori Alberto Balboni, Lucio Malan, Andrea Giorgis, Licia Ronzulli e Massimiliano Romeo per la presentazione della ricerca del Centro studi di Cuiprodest sul primo anno di attività della XIX legislatura.


In sede di presentazione, i dati risultanti dalla nostra analisi hanno ispirato un dibattito prolifico su questioni dirimenti per la nostra democrazia: la riduzione del numero dei Parlamentari, le riforme costituzionali, le ipotesi di “premierato”, lo stato attuale del nostro bicameralismo.

La nostra più sincera gratitudine va a tutti i relatori, agli ospiti e alla stampa – in particolar modo al Senatore Balboni per aver promosso con entusiasmo la nostra iniziativa.