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Il numero di settembre 2023 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista ad Andrea Campelli, Direttore comunicazione e relazioni esterne di Corepla.

Abbiamo posto al Dott. Campelli alcune domande sui possibili effetti del Regolamento imballaggi PPWR e sulle prospettive per il riciclo chimico.

Partendo dal Green Deal, la più ampia strategia volta al compimento della transizione ecologica, il Regolamento imballaggi dell’Unione Europea (PPWR) si prefigge l’obiettivo di ridurre drasticamente la quantità di rifiuti da imballaggi.

Un traguardo, quello della sostenibilità ambientale, universalmente condiviso nel principio, ma che cela rilevanti criticità nei metodi con cui Bruxelles intende perseguirlo – per giunta, in un arco di tempo decisamente breve.

Delle conseguenze non intenzionali e dei rischi connessi all’attuazione del provvedimento in questione abbiamo conversato con Andrea Campelli, Direttore comunicazione e relazioni esterne di COREPLA, Consorzio nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli imballaggi in plastica, che ha recentemente compiuto 25 anni di attività e rappresenta la realtà leader di mercato in Italia e un’eccellenza nel settore del riciclo delle materie plastiche a livello europeo.

COREPLA raggruppa le imprese della filiera del packaging ed è un ente senza scopo di lucro, con finalità di interesse pubblico: il raggiungimento degli obiettivi di riciclo e recupero degli imballaggi in plastica previsti dalla legislazione europea, in un’ottica di responsabilità condivisa tra aziende, pubblica amministrazione e cittadini.

Nel corso del 2022, il Consorzio ha avviato a riciclo 727.481 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica, riportando un incremento dello 0,73% rispetto all’anno precedente, pari al 69% del materiale riciclato a livello nazionale.

 

Direttore, l’Italia è un’eccellenza a livello europeo in tema di riciclo di materie plastiche. Quali ripercussioni potrebbe generare il Regolamento imballaggi PPWR sulla nostra filiera?

Anzitutto, le ripercussioni rischiano di essere notevoli su più piani: economico, strutturale e culturale.

Dal punto di vista economico e strutturale, chiaramente, si rischia di arrecare danni consistenti al nostro sistema di filiera, con il suo fatturato e i suoi impiegati, così come verrebbe compromessa la realizzazione di nuovi impianti finanziata dal PNNR.

Non da meno sarebbe il danno culturale: nel caso di Corepla, infatti, parliamo di un patrimonio di conoscenze in tema di raccolta differenziata che rappresenta un’eccellenza edificata in 25 anni di attività. Infine, a livello politico, il Paese registrerebbe una significativa perdita di terreno su alcuni dossier internazionali strategici.

Per entrare nel merito dei contenuti del PPWR, Corepla è perfettamente d’accordo sui principi del Green Deal e del Regolamento e sul raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale.

Sono, al contrario, le modalità indicate che riteniamo errate: l’anteporre il riutilizzo al riciclo – con la filiera del riciclo italiana che rappresenta un’eccellenza a livello europeo e ha ottenuto risultati notevoli – e la scelta di ricorrere allo strumento del Regolamento anziché della Direttiva Europea.

 

Vi sono differenze, a livello di impatto ambientale e igienico-sanitario, tra il riciclo delle materie plastiche e il loro riuso, così per come si viene a delineare nel PPWR?

Occorre premettere che il riuso è già considerato prioritario nella gerarchia dei rifiuti, come già indicato dall’Unione Europea nell’articolo 4 della Direttiva rifiuti del 2008, quindi non vi sarebbe nulla di nuovo da questo punto di vista. Quello che intende fare ora l’UE è rendere prevalente il riuso sul riciclo, il che comporterebbe una difficile applicabilità di questa metodologia, che infatti non viene nemmeno chiarita ma lasciata a decreti attuativi e atti delegati, di cui si sta abusando. Si tratta, a dir poco, di una peculiarità giuridica e politica, di cui non vengono neanche specificati i tempi.

Bisognerebbe dunque chiarire alcuni punti: anzitutto, come si dovrebbe attuare il riuso? Per quale tipologia di prodotti?

Non per tutto, di fatti, vi si può ricorrere. In definitiva, come abbiamo visto poc’anzi, oltre a non essere chiara l’applicazione, ci esporremmo a un forte rischio dal punto di vista igienico-sanitario, perché l’imballaggio – e questo è un concetto chiave che a Bruxelles non è chiaro a molti – non è un vezzo.

Certamente, alcune aziende ne hanno abusato, ricorrendovi come strumento di marketing, ma l’imballaggio serve innanzitutto a proteggere le qualità organiche di un prodotto e a garantirne l’igiene e la conservazione. Tutto ciò verrebbe completamente vanificato dal riuso, a meno che non si imponga un obbligo di lavare o addirittura sterilizzare il packaging, le bottiglie e i contenitori, il che avrebbe però un impatto sulla sostenibilità che non è stato misurato.

Nessuno si è premurato di chiarire questo punto, ma si tratterebbe, certamente, di un’impronta ambientale ben più alta e dannosa di quella generata dal riciclo, se per riutilizzare ogni bottiglia occorresse consumare dell’acqua – pensiamo ai momenti di maggiore siccità e di crisi idrica.

Aggiungerei poi la complessità nell’applicare la logica del riuso al settore dell’HORECA (hotellerie, restaurants, cafè) o al mondo dell’esportazione, ad esempio al settore vitivinicolo. Anche qui, non è chiaro su chi ricada l’onere, nel caso dell’esportazione: su chi esporta o su chi consuma?

 

Nuove e interessanti prospettive riguardano il riciclo chimico e l’utilizzo di quella percentuale residua di plastica che non può essere riciclata per realizzare combustibile da rifiuto pulito e ad alta efficienza. Qual è il quadro che si viene a delineare, a livello nazionale e comunitario? Sono soluzioni che l’Unione Europea e l’Italia incentivano?

Nel caso del CSS, Combustibile solido secondario, purtroppo l’Italia non ne incentiva l’uso in sostituzione dei tradizionali e ben più inquinanti combustibili fossili. Mi lasci dire che è una follia.

Abbiamo molti impianti che producono CSS da plastiche In Italia, ma la mancanza di incentivi li costringe a esportare in Paesi limitrofi, come Francia e Spagna, perché risulta più conveniente venderlo all’estero, nonostante i costi di trasporto, che fornirlo ad aziende italiane – penso soprattutto alle nostre cementerie, dove il CSS troverebbe grande utilizzo. L’incentivazione all’uso del CSS, oltretutto, completerebbe il processo di riutilizzo della plastica, con una parte che verrebbe riciclata e l’altra utilizzata per produrre CSS, chiudendo il cerchio dell’economia circolare.

Per quanto riguarda il riciclo chimico, si stanno compiendo dei passi in avanti significativi, sia nelle tecniche di riciclo che nella qualità dell’output di questi processi, dunque del prodotto finale ottenuto.

A parere di Corepla, occorre far convivere i sistemi in maniera integrata e osservare con molta attenzione gli sviluppi tecnologici e scientifici in corso, perché il riciclo chimico sta progredendo, ma vi sono ancora studi e accertamenti necessari.

Per il momento, i risultati migliori sono ottenuti dal riciclo meccanico, ma crediamo che in futuro ci possano essere dei sistemi di integrazione tra i due, perché, come già specificato, la qualità dell’output del riciclo chimico sta aumentando.