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geopolitica del farmaco

Intervista a Gianluca Ansalone di Novartis per Status_Quo

By News

Il numero di marzo 2024 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Gianluca Ansalone, Head of Public Affairs & Sustainability di Novartis.

Con il Dott. Ansalone, partendo da una panoramica degli investimenti di Novartis in Italia, ci siamo confrontati su temi quali la “geopolitica del farmaco” e il ruolo di PNRR e Piano Oncologico Nazionale per il diritto alla salute e alla prevenzione dei cittadini. 

Il settore farmaceutico rappresenta, storicamente, il comparto più attivo nell’implementazione di ingenti programmi di ricerca e sviluppo e, per sua natura, necessita di siti produttivi all’avanguardia e in grado di ingenerare un indotto di assoluto rilievo per l’economia e l’occupazione. In occasione dell’ampliamento produttivo dell’ambizioso stabilimento di Torre Annunziata, abbiamo raccolto l’opinione di Gianluca Ansalone, Head of Public Affairs & Sustainability di Novartis, leader mondiale del settore farmaceutico – occasione per un confronto anche sulla “geopolitica del farmaco” e sull’implementazione del Piano Oncologico Nazionale.

Dott. Ansalone, il 2024 si è aperto con la notizia di un ulteriore investimento di Novartis in Campania, con l’ampliamento dello stabilimento di Torre Annunziata. Cosa rappresenta l’Italia per la sua azienda?

Torre Annunziata non è solo uno stabilimento produttivo per Novartis. È la dimostrazione di come, a certe condizioni, si possa fare buona impresa in Italia, creare buona occupazione, essere sulla frontiera degli investimenti. Da quel polo produttivo si esportano farmaci in tutto il mondo, per un controvalore complessivo che sfiora i 100 milioni di euro. Con l’inaugurazione recente di una nuova linea, con un investimento di 70 milioni di euro, abbiamo previsioni di crescita ulteriore e soprattutto la prospettiva immediata di nuove assunzioni. Torre Annunziata è ormai il principale sito di produzione farmaceutica del Mezzogiorno e tra i più importanti nella galassia globale di Novartis. Questo ci dà però un’ulteriore responsabilità: guidare il cambiamento. In prospettiva, intendiamo essere capofila della più grande iniziativa di creazione di un ecosistema delle scienze della vita nel Sud Italia e nel Mediterraneo. Vogliamo trasformare l’intera area dello stabilimento in un campus per l’innovazione, aperto alle realtà della ricerca, dell’innovazione e della formazione in grado di generare valore per il territorio e per il Paese. Nelle prossime settimane parleremo con il Governo, oltre che con la Regione Campania, per esaminare tutti gli strumenti utili a rendere veloce, funzionale e sostenibile questo nostro progetto.

Qualche anno fa uno studio di Cuiprodest sulla “Geopolitica del farmaco” ebbe il merito di evidenziare alle Istituzioni quanto il primato produttivo italiano ed europeo dipendessero in larga parte da principi attivi di origine asiatica, col conseguente rischio, poi concretizzatosi, di carenza di farmaci in caso di problemi, logistici o politici, lungo la catena di approvvigionamento. All’epoca lo studio ci valse una convocazione a Palazzo Chigi e un confronto con le preposte istituzioni europee. Qual è la sua personale opinione rispetto al tema e quali sono, nel caso, rischi e opportunità ancora attuali e quelli futuri?

Siamo in un momento di forte cambiamento, in cui è necessaria una riflessione seria e approfondita sul valore strategico delle catene di produzione, soprattutto quando si parla di tecnologie abilitanti e di innovazione. Attenzione però a non gettare via il bambino con l’acqua sporca. Che la globalizzazione non viva il suo momento migliore è un dato di fatto. Che essa vada ripensata, altrettanto. Ma, per l’appunto, ripensata e non demolita. E’ vero che catene troppo lunghe hanno ridotto la capacità di controllo e gestione e, dunque, messo a rischio l’approvvigionamento in caso di crisi o necessità. È vero anche, però, che la capacità produttiva su larga scala e la rapidità nella gestione sono il frutto, sempre più sofisticato, di catene globali integrate. Per l’Europa e per l’Italia questo è un tema sensibile, sul quale occorre agire con equilibrio e buon senso. Noi abbiamo la necessità di rendere sicura ed efficace la catena di produzione e distribuzione di molecole e farmaci essenziali, non solo per i pazienti ma anche per la resilienza del sistema industriale italiano. Dopo la pandemia la Salute è diventata questione di sicurezza nazionale e come tale andrebbe trattata, cominciando a mettere in sicurezza i nodi strategici in grado di garantirci, anche a livello europeo, un buon grado di autonomia. Non basta, però. E’ arrivato il momento di elevare la politica farmaceutica a vera e propria politica industriale, sviluppando una migliore capacità di attrarre capitali, ricerca, talenti, investimenti. Più che ricomporre le catene del valore quindi sono interessato a come svilupparne di nuove, magari complementari a quelle esistenti ed almeno europee in termini di scala, visti i pesi geoeconomici e le dimensioni geopolitiche con cui oggi dobbiamo confrontarci.

L’industria farmaceutica è probabilmente, tra tutte, quella coi maggiori investimenti in R&D. Quali sono le sfide più complesse che sta affrontando Novartis e che livello e forme di sostegno pubblico incontrate nei diversi Paesi in cui operate?

La qualità di un sistema economico si misura dalla capacità di generare valore attraverso gli investimenti in ricerca. Su questo piano la competizione internazionale si è fatta molto più accesa. I Paesi e i sistemi competono per attrarre risorse. Soltanto nel settore delle scienze della vita a livello mondiale si preannunciano 10 trilioni di dollari di nuovi investimenti nel prossimo decennio, escludendo i nuovi capitoli dell’innovazione legati ad esempio all’intelligenza artificiale generativa e alle sue applicazioni in medicina. Novartis continua ad essere un modello di nuovi investimenti in ricerca, anche in Italia. Il nostro impegno continua ad essere elevato, con 280 milioni di euro di nuovi investimenti entro il 2025. In Italia continuiamo a trovare eccellenze, in campo clinico, medico, universitario. C’è sicuramente spazio per fare di più. Ma torniamo al punto della attrattività generale dei sistemi. La ricetta è ben nota: sburocratizzare, rendere più semplici gli studi clinici, applicare i nuovi decreti che discendono dalla regolamentazione europea, diffondere cultura e capacità di fare ricerca nel dialogo tra pubblico e privato. Senza dimenticare che gli studi clinici sono spesso una speranza di accesso precoce alle terapie per molti pazienti che non dispongono oggi di un’opzione terapeutica. Ma le riforme di sistema non sono un fine di per sé ma un mezzo utile per rendere la ricerca una componente essenziale della nostra crescita e della nostra competitività. Ed è per questo che la regia politica resta essenziale. Non si tratta solo di rendere più numerosi ed efficaci gli studi clinici ma di accorciare i tempi tra questi e l’effettivo beneficio per tutti i pazienti. La strada di una molecola tra gli studi su pazienti e l’effettiva disponibilità per tutti coloro che ne hanno bisogno in tutto il territorio nazionale rimane lunga e tortuosa. La Spagna di recente ha abbattuto questi tempi ed oggi città come Barcellona sono diventate un hub europeo per la ricerca clinica. Ma posso fare ancora un altro esempio concreto: il legittimo, necessario diritto alla privacy quando ci sono in ballo dati sanitari deve conciliarsi con la necessità di far progredire la ricerca. In Italia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) fissa obiettivi ambiziosi di riorganizzazione delle cure, in termini di prossimità, modelli predittivi di salute, stratificazione del rischio. Mi chiedo come potremo raggiungere obiettivi così sfidanti senza la capacità del sistema salute di lavorare sui dati. Ovviamente sintetici, aggregati ed anonimizzati. Ma se vorremo sapere come gestire la cronicità, per una popolazione che invecchia irreversibilmente, dovremo chiarire i contorni di tutti questi aspetti, a cominciare dal punto di equilibrio tra diritto alla privacy e diritto alla salute.

L’Italia ha adottato un ambizioso Piano Oncologico Nazionale. Dal suo personale punto di osservazione e ad implementazione in corso, quali sono gli elementi di maggior pregio del Piano e a quali possibili criticità bisognerebbe prestare attenzione?

L’adozione del piano è un’ottima notizia perché consente di riportare l’attenzione sul cancro, che rimane una delle sfide principali per chi si occupa di medicina. Direi accanto alla cronicità e in particolare alle malattie cardiovascolari. Assieme, queste due categorie, contano ancora per oltre il 70% delle morti premature in Europa. Il Piano Oncologico Nazionale disegna la traiettoria degli interventi di prevenzione, presa in carico e cura dei pazienti oncologici, dando una chiara indicazione delle priorità di intervento. Sappiamo che in Italia esistono diversi livelli organizzativi ed esecutivi, per cui oggi le Regioni e gli ospedali hanno un ruolo cruciale nella realizzazione di questi obiettivi. Questo in passato ha determinato una disparità in termini di accesso alla diagnosi e alle cure nelle diverse geografie del Paese. Come ha rilevato un recente studio dello Svimez, ancora oggi chi risiede nel Mezzogiorno ha meno chances di essere diagnosticato tempestivamente per un cancro ed ha meno occasione di accedere alle terapie più adatte. Il fenomeno della migrazione sanitaria tra Regioni continua ad essere troppo elevato e, dopo il Covid-19, è aumentata a dismisura l’urgenza di smaltire liste di attesa per pazienti che molto spesso semplicemente non hanno più tempo. Quello della riduzione delle disuguaglianze deve essere un grande obiettivo Politico, comune a tutti gli attori. Ce n’è un secondo che a mio avviso dovrebbe salire nell’agenda delle priorità della Politica, degli operatori sanitari e di tutti gli attori del sistema salute. Si chiama prevenzione, una voce alla quale l’Italia continua a destinare una percentuale minima dei propri investimenti. Siamo un sistema storicamente concentrato sulla cura, di solito all’interno di grandi ospedali. Dobbiamo portare la cura dal paziente (e non viceversa) e dobbiamo investire in maniera enorme sulla prevenzione, primaria e secondaria. Prevenzione significa sì un’attenzione e una consapevolezza ai corretti stili di vita ma significa anche diagnosi tempestiva, cui far seguire un immediato accesso alle cure migliori. Così si salvano molte vite. Il Piano Oncologico Nazionale e le sue declinazioni regionali dovrebbero avere più coraggio nel dire che non basta una campagna informativa sulla corretta alimentazione (pur essenziale) ma che l’intero sistema si dovrà mobilitare per raggiungere quell’obiettivo, sfidante ma non irrealistico, di “cancro zero” in Italia e in Europa di qui a qualche decennio.