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Intervista a Corrado Dentis per Status_Quo

By News

Il numero di settembre 2023 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista a Corrado Dentis, Presidente di CORIPET.

Abbiamo posto al Presidente Dentis alcune domande su temi inerenti il Regolamento imballaggi PPWR, il DRS, il riciclo delle bottiglie in PET e la diffusione degli ecocompattatori sul territorio nazionale.

Un ruolo peculiare, nel vasto mondo degli imballaggi in plastica, è rivestito dagli imballaggi a uso alimentare e, in particolar misura, da quelli in PET, preposti a contenere acqua, bevande e olio.

Da un punto di vista della raccolta e del riciclo, gli imballaggi in PET possono contribuire in maniera determinante al raggiungimento degli stringenti obiettivi posti dal legislatore europeo, a patto che se ne potenzi la raccolta selettiva, modello alla base del “circolo virtuoso” del “bottle to bottle” in grado di chiudere il cerchio di un’economia a bassissimo impatto ambientale.

In Italia, la realtà leader del settore è CORIPET – Consorzio volontario per il Riciclo del PET, a cui aderiscono i più grandi player nazionali e internazionali nel mondo delle acque minerali e delle bevande.

A tal proposito, abbiamo posto alcune domande sul modello di CORIPET e su sfide e opportunità della Direttiva SUP e del Regolamento PPWR a Corrado Dentis, Presidente del Consorzio.

 

Presidente, in tutta evidenza, il regolamento imballaggi PPWR è il tema di più stringente attualità e interesse per il mondo della produzione e del riciclo delle materie plastiche. A suo parere, al suo interno sono preponderanti i rischi o le opportunità per il settore?

Sui vari temi trattati dal regolamento imballaggi, uno su tutti ci vede schierati: è la dinamica del riutilizzo, a cui siamo chiaramente e fortemente contrari, anche per via della sua logica, che comporta un passo indietro rispetto all’indirizzo che ha finora inteso imprimere l’Unione Europea.

Ricordiamo, di fatti, che la SUP, Direttiva 904/2019, pone al centro e come perno il mondo del riciclo, che deve però avvalersi di raccolte differenziate importanti – parlo del 77% di raccolta di contenitori per liquidi in PET al 2025, che poi diventeranno il 90% a far data dal 1 gennaio 2029. Imporre ora e obbligatoriamente dei livelli di riutilizzo molto elevati è un obiettivo chiaramente non in linea con l’indirizzo finora indicato.

Lo stesso dicasi per il DRS, Deposit Refund System (in italiano “sistema di deposito cauzionale”), su cui siamo allineati, come posizionamento, con molte altre associazioni di categoria nel non reputarlo così cogente come strumento al punto da imporlo in modo obbligatorio per il sistema Italia.

Ciò non significa, tuttavia – e lo diciamo da leader di mercato nella gestione del fine vita dei contenitori per liquidi in PET – che si possa mollare la presa e lasciare che il Paese non raggiunga l’obiettivo del 77% imposto entro il 2025 – soprattutto alla luce del dato che, a oggi, ci vede lontani da quel traguardo.

È certamente necessario procrastinare i termini relativi alla raccolta e al DRS; nondimeno, è fondamentale affrontare il tema perché, a oggi, l’Italia è assolutamente indietro sul tema delle raccolte selettive.

Sottolineo, infatti, che già nel Regolamento Europeo 282/2008, che fissava i requisiti di una filiera bottle to bottle con tutti i crismi, si sosteneva che fosse necessario raccogliere almeno il 95% delle bottiglie in PET nate per contenere alimenti. Si tratta di un Regolamento di 15 anni fa e oggi la percentuale di raccolta selettiva di bottiglie in PET in Italia si attesta a malapena all’1%.

Benché l’Italia rappresenti un’importante eccellenza a livello comunitario in tema di riciclo, con “quota 77” ancora lontana e la raccolta selettiva su cui non siamo pervenuti, è evidente che di lavoro da fare, allo stato attuale, ce ne sia ancora molto.

Costruendo percorsi e trovando soluzioni, l’Italia può dimostrarsi perfettamente in grado di raggiungere gli obiettivi comunitari e Coripet intende mettersi in gioco in prima persona, insieme a tutto il sistema Paese, per evitare l’introduzione del sistema cauzionale del DRS come obbligo.

Occorre infatti sottolineare che, nel caso in cui l’attuale sistema di raccolta riuscisse ad intercettare il 90% delle bottiglie in PET entro il 2027, tale obbligo non scatterebbe.

Riguardo, invece, le opportunità del PPWR, sono assolutamente favorevole all’obbligatorietà di un contenuto di riciclo minimo per le plastiche e gli imballaggi in plastica. Senza tali obblighi, infatti, si rischia che certe dinamiche vengano lasciate esclusivamente all’iniziativa degli imprenditori, il cui operato è talvolta orientato a logiche più economiche che ambientali.

 

La necessità di incrementare il livello di consapevolezza su questi temi è certamente precipua, e notiamo che Coripet si contraddistingue per campagne comunicative e di sensibilizzazione originali e per una presenza social apprezzabile, soprattutto in relazione al settore di provenienza. Crede che nel settore pubblico, di contro, si stia facendo abbastanza per sensibilizzare e incentivare i cittadini alla corretta differenziazione dei rifiuti? A suo avviso, il principale ostacolo a una maggiore e più efficiente raccolta in alcuni territori del nostro Paese è rappresentato dalla scarsa sensibilizzazione dei cittadini o dalle sacche di inefficienza del settore pubblico?

Chiaramente, noi dei consorzi di filiera svolgiamo un mestiere diverso rispetto al settore pubblico. Abbiamo il compito di gestire il fine vita degli imballaggi che i nostri consorziati mettono sul mercato e quindi offrire loro un servizio affinché possano raggiungere gli obblighi di legge.

Allo stesso modo, anche la dinamica della raccolta differenziata riguarda un servizio che le municipalizzate e i Comuni hanno l’obbligo di proporre al cittadino.

I volumi di raccolta differenziata in Italia sono elevatissimi, di un livello raggiunto da pochi altri paesi in Europa, e per questo la raccolta differenziata ha raggiunto il suo limite fisiologico.

Vi sono certamente delle Regioni che possono fare di più, ma il tasso di raccolta differenziata, che ci porta a un livello di raccolta di bottiglie di circa il 67%, rappresenta un dato veramente fuori dal comune.

Tuttavia, non è ipotizzabile che quel 30% che manca per arrivare al 100, o quel 22% circa che manca per arrivare all’obiettivo del 90, si possa verosimilmente raggiungere attraverso questo modello. A mio avviso, i numeri e i limiti propri di questo modello di raccolta sono stati raggiunti. Il cittadino, dal canto suo, ha sempre fatto la sua parte e, davanti a un servizio efficiente, risponde egregiamente. I numeri riportati poc’anzi ne sono testimonianza. Sono dati di cui dobbiamo andar fieri, in qualità di cittadini e sistema Paese.

 

l tema del ruolo attivo svolto dai cittadini introduce un argomento dirimente per Coripet e per la raccolta selettiva: gli ecocompattatori. Quali sono le prospettive al fine di incrementarne e migliorarne la diffusione sul territorio e la prossimità al cittadino, anche in termini di incentivazione?

Il dispiegamento degli ecocompattatori in tutto il Paese è dirimente per colmare le lacune in tema di raccolta selettiva. Sono macchine altamente sofisticate e “intelligenti”, capaci di riconoscere e accettare soltanto bottiglie in PET per alimenti e rifiutare qualsiasi altro tipo di plastica o materiale differente. Come dicevamo, se sollecitato con una proposta strutturata, il cittadino risponde egregiamente.

Al fine di aumentarne la diffusione, un ruolo importante è svolto certamente dal Decreto Mangiaplastica, che prevede di fatto un aiuto proposto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Potrebbe essere perfezionato, ma prevede già da alcuni anni questa opportunità per i Comuni.

Per altri versi, abbiamo ottenuto attraverso il PNRR dei finanziamenti per incrementare la presenza di ecocompattatori in Italia. Siamo prossimi alla cifra dei mille ecocompattatori installati su tutto il territorio nazionale, e l’obiettivo di Coripet è di toccare quota 5000 nei prossimi tre anni.

Quel che abbiamo maggiormente a cuore, come dicevamo prima, è che tutti i nostri consorziati possano raggiungere in modo puntuale gli obblighi di cui sopra, e lavoriamo in tale direzione. In quest’ottica, se da parte del Ministero dell’Ambiente ci fosse ancora più attenzione, avremmo sicuramente qualche freccia in più al nostro arco per evitare al Paese di essere sottoposto all’ennesima infrazione. Noi ce la mettiamo tutta; ad ogni modo, ancorché il nostro consorzio non abbia fini di lucro, il sostegno è fondamentale perché, su piani di investimento così importanti, bisogna avere le spalle larghe.

 

Una posizione, dunque, che mira a scongiurare infrazioni attraverso l’incentivazione di comportamenti virtuosi, riponendo la massima fiducia negli sforzi congiunti di società civile, consorzi e tessuto imprenditoriale, anziché ricorrere a balzelli e obblighi esosi.

Assolutamente sì. Tuttavia, per ribadire il concetto, è indispensabile compiere determinati passi. Non possiamo limitarci a rispedire in toto al mittente – l’Unione Europea – tutto quel che riguarda il riutilizzo, il DRS, gli obblighi di introduzione del riciclato nelle plastiche, altrimenti diviene impossibile ottemperare agli obblighi posti – perché purtroppo, a tal riguardo, non basta far notare che i riciclatori italiani sono tra i migliori al mondo.

I riciclatori italiani hanno bisogno di plastiche da riciclare, soprattutto di plastiche di qualità più elevata da riciclare. In realtà, come testimoniato dal già citato Regolamento 282 del 2008, 15 anni fa l’Europa si era dimostrata già molto chiara circa la direzione che intendeva intraprendere nei decenni a venire, dichiarando che, se vogliamo veramente fare delle cose incontrovertibili a favore dell’ambiente, dobbiamo raccogliere più plastica e di qualità superiore.

Se la volontà è quella di porre l’industria del riciclo come perno dell’economia circolare, occorre aiutarla con le raccolte selettive e volumi sempre più importanti, per creare anche delle economie di scala. Occorre rendere competitiva la filiera per rendere tutti gli attori di questa filiera in grado di competere. Oggi ci troviamo già dinanzi a un concetto di Europa, in un certo senso, a due velocità, perché, dei 27 paesi membri, più della metà ha già adottato il DRS e raccoglie, di conseguenza, già più del 90% di bottiglie in PET.

Il DRS è la raccolta selettiva per eccellenza, perché riguarda solo le bottiglie in PET per alimenti, perché le bottiglie in PET per detergenti e altre applicazioni non sono assoggettate al deposito. Quindi il DRS non è altro che un obbligo a raccogliere tanto e con qualità, perché questi sono i due elementi imprescindibili per chiudere il cerchio del riciclo all’infinito.

Se si vuole far circolare le bottiglie all’infinito, occorre raccoglierle con un modello che garantisca i maggiori criteri qualitativi possibili. È questo il concetto di fondo e Coripet, in veste di consorzio autonomo, si adopera affinché i propri consorziati non espongano il Paese al rischio di infrazioni e nuovi balzelli, che non sono mai da poco. Parliamo, da subito, non di pochi milioni, ma di decine, se non centinaia, di milioni di euro.

Intervista ad Andrea Campelli per Status_Quo

By News

Il numero di settembre 2023 di Status_Quo, il magazine di Cuiprodest sui temi chiave della politica e dell’impresa raccontati dai loro protagonisti, contiene un’intervista ad Andrea Campelli, Direttore comunicazione e relazioni esterne di Corepla.

Abbiamo posto al Dott. Campelli alcune domande sui possibili effetti del Regolamento imballaggi PPWR e sulle prospettive per il riciclo chimico.

Partendo dal Green Deal, la più ampia strategia volta al compimento della transizione ecologica, il Regolamento imballaggi dell’Unione Europea (PPWR) si prefigge l’obiettivo di ridurre drasticamente la quantità di rifiuti da imballaggi.

Un traguardo, quello della sostenibilità ambientale, universalmente condiviso nel principio, ma che cela rilevanti criticità nei metodi con cui Bruxelles intende perseguirlo – per giunta, in un arco di tempo decisamente breve.

Delle conseguenze non intenzionali e dei rischi connessi all’attuazione del provvedimento in questione abbiamo conversato con Andrea Campelli, Direttore comunicazione e relazioni esterne di COREPLA, Consorzio nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli imballaggi in plastica, che ha recentemente compiuto 25 anni di attività e rappresenta la realtà leader di mercato in Italia e un’eccellenza nel settore del riciclo delle materie plastiche a livello europeo.

COREPLA raggruppa le imprese della filiera del packaging ed è un ente senza scopo di lucro, con finalità di interesse pubblico: il raggiungimento degli obiettivi di riciclo e recupero degli imballaggi in plastica previsti dalla legislazione europea, in un’ottica di responsabilità condivisa tra aziende, pubblica amministrazione e cittadini.

Nel corso del 2022, il Consorzio ha avviato a riciclo 727.481 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica, riportando un incremento dello 0,73% rispetto all’anno precedente, pari al 69% del materiale riciclato a livello nazionale.

 

Direttore, l’Italia è un’eccellenza a livello europeo in tema di riciclo di materie plastiche. Quali ripercussioni potrebbe generare il Regolamento imballaggi PPWR sulla nostra filiera?

Anzitutto, le ripercussioni rischiano di essere notevoli su più piani: economico, strutturale e culturale.

Dal punto di vista economico e strutturale, chiaramente, si rischia di arrecare danni consistenti al nostro sistema di filiera, con il suo fatturato e i suoi impiegati, così come verrebbe compromessa la realizzazione di nuovi impianti finanziata dal PNNR.

Non da meno sarebbe il danno culturale: nel caso di Corepla, infatti, parliamo di un patrimonio di conoscenze in tema di raccolta differenziata che rappresenta un’eccellenza edificata in 25 anni di attività. Infine, a livello politico, il Paese registrerebbe una significativa perdita di terreno su alcuni dossier internazionali strategici.

Per entrare nel merito dei contenuti del PPWR, Corepla è perfettamente d’accordo sui principi del Green Deal e del Regolamento e sul raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale.

Sono, al contrario, le modalità indicate che riteniamo errate: l’anteporre il riutilizzo al riciclo – con la filiera del riciclo italiana che rappresenta un’eccellenza a livello europeo e ha ottenuto risultati notevoli – e la scelta di ricorrere allo strumento del Regolamento anziché della Direttiva Europea.

 

Vi sono differenze, a livello di impatto ambientale e igienico-sanitario, tra il riciclo delle materie plastiche e il loro riuso, così per come si viene a delineare nel PPWR?

Occorre premettere che il riuso è già considerato prioritario nella gerarchia dei rifiuti, come già indicato dall’Unione Europea nell’articolo 4 della Direttiva rifiuti del 2008, quindi non vi sarebbe nulla di nuovo da questo punto di vista. Quello che intende fare ora l’UE è rendere prevalente il riuso sul riciclo, il che comporterebbe una difficile applicabilità di questa metodologia, che infatti non viene nemmeno chiarita ma lasciata a decreti attuativi e atti delegati, di cui si sta abusando. Si tratta, a dir poco, di una peculiarità giuridica e politica, di cui non vengono neanche specificati i tempi.

Bisognerebbe dunque chiarire alcuni punti: anzitutto, come si dovrebbe attuare il riuso? Per quale tipologia di prodotti?

Non per tutto, di fatti, vi si può ricorrere. In definitiva, come abbiamo visto poc’anzi, oltre a non essere chiara l’applicazione, ci esporremmo a un forte rischio dal punto di vista igienico-sanitario, perché l’imballaggio – e questo è un concetto chiave che a Bruxelles non è chiaro a molti – non è un vezzo.

Certamente, alcune aziende ne hanno abusato, ricorrendovi come strumento di marketing, ma l’imballaggio serve innanzitutto a proteggere le qualità organiche di un prodotto e a garantirne l’igiene e la conservazione. Tutto ciò verrebbe completamente vanificato dal riuso, a meno che non si imponga un obbligo di lavare o addirittura sterilizzare il packaging, le bottiglie e i contenitori, il che avrebbe però un impatto sulla sostenibilità che non è stato misurato.

Nessuno si è premurato di chiarire questo punto, ma si tratterebbe, certamente, di un’impronta ambientale ben più alta e dannosa di quella generata dal riciclo, se per riutilizzare ogni bottiglia occorresse consumare dell’acqua – pensiamo ai momenti di maggiore siccità e di crisi idrica.

Aggiungerei poi la complessità nell’applicare la logica del riuso al settore dell’HORECA (hotellerie, restaurants, cafè) o al mondo dell’esportazione, ad esempio al settore vitivinicolo. Anche qui, non è chiaro su chi ricada l’onere, nel caso dell’esportazione: su chi esporta o su chi consuma?

 

Nuove e interessanti prospettive riguardano il riciclo chimico e l’utilizzo di quella percentuale residua di plastica che non può essere riciclata per realizzare combustibile da rifiuto pulito e ad alta efficienza. Qual è il quadro che si viene a delineare, a livello nazionale e comunitario? Sono soluzioni che l’Unione Europea e l’Italia incentivano?

Nel caso del CSS, Combustibile solido secondario, purtroppo l’Italia non ne incentiva l’uso in sostituzione dei tradizionali e ben più inquinanti combustibili fossili. Mi lasci dire che è una follia.

Abbiamo molti impianti che producono CSS da plastiche In Italia, ma la mancanza di incentivi li costringe a esportare in Paesi limitrofi, come Francia e Spagna, perché risulta più conveniente venderlo all’estero, nonostante i costi di trasporto, che fornirlo ad aziende italiane – penso soprattutto alle nostre cementerie, dove il CSS troverebbe grande utilizzo. L’incentivazione all’uso del CSS, oltretutto, completerebbe il processo di riutilizzo della plastica, con una parte che verrebbe riciclata e l’altra utilizzata per produrre CSS, chiudendo il cerchio dell’economia circolare.

Per quanto riguarda il riciclo chimico, si stanno compiendo dei passi in avanti significativi, sia nelle tecniche di riciclo che nella qualità dell’output di questi processi, dunque del prodotto finale ottenuto.

A parere di Corepla, occorre far convivere i sistemi in maniera integrata e osservare con molta attenzione gli sviluppi tecnologici e scientifici in corso, perché il riciclo chimico sta progredendo, ma vi sono ancora studi e accertamenti necessari.

Per il momento, i risultati migliori sono ottenuti dal riciclo meccanico, ma crediamo che in futuro ci possano essere dei sistemi di integrazione tra i due, perché, come già specificato, la qualità dell’output del riciclo chimico sta aumentando.