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Chi saranno i prossimi Presidenti di Camera e Senato?

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Chi saranno i prossimi Presidenti di Camera e Senato?

A pochi giorni dall’avvio della XIX legislatura, l’elezione del presidente di Camera e Senato rappresenta uno degli adempimenti cui sono chiamati deputati e senatori durante la prima riunione delle nuove Camere. Si tratta di un appuntamento cruciale che potrebbe offrire preziose indicazioni politico-istituzionali, innanzitutto sui rapporti tra la futura maggioranza di governo di destra-centro e le opposizioni nonché all’interno della prima.

Numeri alla mano, l’ampia maggioranza incassata dal centrodestra al senato lascia infatti prevedere che già al primo scrutinio sarà eletto il nuovo presidente, dove al primo e secondo scrutinio è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti (cioè 101 voti a fronte di una maggioranza che può contare su 115).

È noto che entrambi i regolamenti cercano di favorire, almeno nei primi scrutini, la convergenza delle forze politiche su un candidato condiviso. Questo vale soprattutto alla Camera, dove per eleggere il nuovo Presidente occorre la maggioranza dei due terzi dei componenti al primo scrutinio (cioè 267 voti su 400) e quella dei voti al secondo e terzo. Entrambi quorum irraggiungibili per la nuova maggioranza, che può contare su 237 seggi.

L’elezione del Presidente del Senato nel tempo

A differenza della camera, il presidente del senato è stato quasi sempre un esponente della maggioranza parlamentare. Ciò non significa che venisse meno l’autonomia di questa carica dalla maggioranza di governo contingente. Tra il 1948 e il 1953 la carica venne ricoperta da senatori dei partiti laici alleati con la Democrazia cristiana. Nei 14 anni successivi, tra il 1953 e il 1967, la seconda carica dello stato è stata ricoperta ininterrottamente da Cesare Merzagora, indipendente eletto con la Dc e nel ’63 nominato senatore a vita.

Anche successivamente, fino al 1987, la guida del senato è stata ricoperta da eletti con la Dc, il partito di maggioranza relativa. In questi primi 40 anni di storia repubblicana il presidente del senato era comunque sempre eletto al primo scrutinio, in diversi casi con maggioranze molto più ampie del quorum stabilito. Ciò è particolarmente vero tra gli anni ’70 e ’80, quando la guida dell’altro ramo era assegnata all’opposizione. Ma anche in precedenza il nome scelto poteva essere frutto di un accordo ampio tra le forze politiche. Enrico De Nicola venne eletto nel 1951 con il 93% dei voti, Cesare Merzagora nel 1963 con il 75%.

Nel 1987 si è interrotta la consuetudine che voleva il presidente sempre eletto al primo scrutinio. Da allora, su 9 elezioni che si sono tenute, in 6 casi la votazione ha dovuto essere ripetuta per raggiungere il risultato. In 2 occasioni solo il ballottaggio al quarto scrutinio ha sbloccato la situazione. Si tratta dell’elezione di Scognamiglio (Fi) nel 1994, candidato di centrodestra eletto con 162 voti contro i 161 raccolti nel centrosinistra da Spadolini. E poi di quella di Pietro Grasso (Pd) nel 2013, candidato di centrosinistra eletto con 137 voti contro i 117 del candidato di centrodestra Schifani. Quest’ultima è stata l’elezione con la più bassa maggioranza nella storia del senato repubblicano (44%), dato l’alto numero di schede bianche e nulle (59 in totale).

Un caso particolare è quello avvenuto nel 2018. In questa occasione, infatti, non fu necessario arrivare al ballottaggio ma fu eletta come presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, esponente di Forza Italia (75,2% dei presenti e votanti). A questo nome a cui si arrivò a seguito di una trattativa tra la coalizione di centrodestra e il Movimento 5 stelle, forza maggiormente rappresentata in senato. Paradossalmente, a seguito della nascita del governo giallo-verde composto da Lega e M5s, il senato si ritrovò per la prima volta nella sua storia con una presidente espressione di un partito di opposizione.

Chi saranno i prossimi Presidenti di Camera e Senato?

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Chi saranno i prossimi Presidenti di Camera e Senato?

A pochi giorni dall’avvio della XIX legislatura, l’elezione del presidente di Camera e Senato rappresenta uno degli adempimenti cui sono chiamati deputati e senatori durante la prima riunione delle nuove Camere. Si tratta di un appuntamento cruciale che potrebbe offrire preziose indicazioni politico-istituzionali, innanzitutto sui rapporti tra la futura maggioranza di governo di destra-centro e le opposizioni nonché all’interno della prima.

Numeri alla mano, l’ampia maggioranza incassata dal centrodestra al senato lascia infatti prevedere che già al primo scrutinio sarà eletto il nuovo presidente, dove al primo e secondo scrutinio è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti (cioè 101 voti a fronte di una maggioranza che può contare su 115).

È noto che entrambi i regolamenti cercano di favorire, almeno nei primi scrutini, la convergenza delle forze politiche su un candidato condiviso. Questo vale soprattutto alla Camera, dove per eleggere il nuovo Presidente occorre la maggioranza dei due terzi dei componenti al primo scrutinio (cioè 267 voti su 400) e quella dei voti al secondo e terzo. Entrambi quorum irraggiungibili per la nuova maggioranza, che può contare su 237 seggi.

L’elezione del Presidente della Camera nel tempo

Per la Camera, fino al 1971 non erano previsti quorum così elevati. Al primo scrutinio serviva la maggioranza assoluta dei membri, al secondo quella dei presenti, al terzo si andava al ballottaggio tra i due più votati. Con questo regolamento si sono tenute 7 elezioni, tutte concluse al primo scrutinio. Ciò non impediva che in alcuni casi si realizzassero convergenze trasversali ai gruppi parlamentari. Ad esempio, Brunetto Bucciarelli Ducci (Dc) nel 1963 diventò presidente con 546 voti su 587 (93%), incassando il sostegno di quasi tutto l’arco parlamentare.

Con questo regolamento senza maggioranze rafforzate, tra il 1948 e il 1971, sono stati eletti 4 presidenti. In 3 casi erano esponenti del partito di maggioranza relativa (Dc), in un caso del Psi (Alessandro Pertini). Erano eletti con maggioranze attorno al 60% dei votanti, salvo Giovanni Gronchi nel 1953 (54%) e Ducci (93%).

Con la riforma del regolamento, dal 1972 al 1992 i presidenti sono stati eletti con maggioranze ampie, pari al 70% o superiori. Il primo eletto con questo sistema è stato Pertini nel 1972, rinnovato per un secondo mandato con l’84% dei voti. Dopo di lui per un lungo periodo la presidenza della camera è stata assegnata al maggior partito di opposizione. Con questa prassi vennero eletti nel 1976 Pietro Ingrao (Pci) con l’80% dei voti, e poi Nilde Iotti (sempre Pci) nel 1979 (69%), nel 1983 (79%) e nel 1987 (73%).

L’ultima presidenza Iotti (1987-1992) è stata anche l’ultima volta in cui un presidente della camera è stato eletto al primo scrutinio. Dopo di lei, nel 1992 Oscar Luigi Scalfaro (deputato Dc, quindi si interrompe la prassi) venne eletto al 4° scrutinio con un risicato 51% dei voti. Diventato presidente della repubblica, fu sostituito alla presidenza della camera da Giorgio Napolitano (deputato Pds e quindi in quel momento all’opposizione), eletto sempre nel 1992 al quinto scrutinio con il 63%.

Con l’avvento della seconda repubblica, nel 1994, è stata eliminata la prassi della presidenza della camera al maggior partito di opposizione. La carica è diventata prerogativa della coalizione di governo, eletta con i voti della sola maggioranza al quarto scrutinio (fa eccezione Violante nel 1996, eletto al terzo scrutinio). Questa logica è stata consolidata con le presidenze di Casini (2001-2006), Bertinotti (2006-2008) e Fini (2008-2013). In tutti e tre i casi si trattava dei leader di uno dei partiti minori della maggioranza di governo, diverso da quello che avrebbe indicato il presidente del consiglio, in una logica di bilanciamento interno alla coalizione vincente.

Questo schema ha retto fino a quando la coalizione arrivata prima poteva vantare anche una maggioranza chiara in parlamento. Nel 2013 la coalizione di centrosinistra guidata da Pierluigi Bersani (Pd) aveva la maggioranza alla camera ma non al senato. Così alla presidenza della camera è andata un’esponente del secondo partito della coalizione Laura Boldrini, in perfetta coerenza con la logica maggioritaria della seconda repubblica. Ma poi, non essendo la coalizione di centrosinistra autosufficiente, si è formato un governo di larghe intese, comprendente Pd, Pdl e centristi con Sel all’opposizione. La logica maggioritaria infine è stata confermata in maniera più lineare anche nel 2018, quando sullo scranno più alto di Montecitorio è stato eletto Roberto Fico, esponente del Movimento 5 stelle che era risultato il partito più votato in quelle elezioni.